Sior Antonio, Maddalena, Maria erano inconsolabili, la Betta piangeva il padroncino morto poveretto!... ma ammirava l'eroismo di suo figlio, e andava orgogliosa di poter vantare un simile figliuolo. Ma avrebbe voluto che in un modo o nell'altro tutto fosse finito, e non si tornasse da capo a mandar la povera gente in tanti pericoli. E intanto metteva sotto al naso del suo eroe delle gran zuppiere di minestra, per riparare le sue forze, e gli soffiava all'orecchio:
— Bortolo... sii prudente!... non andare mai avanti da minchione. Hai fatto abbastanza, e se non puoi essere ufficiale, procura almeno di conservarti sano e salvo... in mezzo a tanti pericoli!...
Egli le faceva l'occhiolino in segno d'adesione, e macinava a due palmenti.
Fido, malinconico, stava sdraiato ai piedi del giovane, e alzava verso di lui i suoi grandi occhi pietosi, come per domandargli notizie del suo amico che aspettava invano ogni giorno, dopo la sua partenza.
VIII.
La storia delle guerre dell'indipendenza non ha finora tenuto tutto il conto che doveva dell'eroica difesa del Cadore, del coraggio e dei sacrifizi di quelle brave popolazioni, le quali hanno fatto vedere che se le Alpi sono fortezze naturali che alzano le eccelse cime sui confini d'Italia, gli alpigiani hanno la tempera dei loro monti, e sono capaci di farli rispettare, uno contro venti. Quel pugno di montanari isolati in mezzo ai loro dirupi, senza nessun soccorso, scarsi di munizioni e di viveri, fecero prodigi di valore, ignoti ancora alla maggior parte degl'italiani, che ignorano parimenti la stupenda bellezza di quelle vallate le quali possono rivaleggiare colla Svizzera, pei pittoreschi prospetti d'una ammirabile natura.
Queste povere pagine nelle quali si raccontano semplicemente le vicende domestiche di qualche famiglia Cadorina non possono diffondersi a narrare le diverse alternative di quella lotta meravigliosa, ma tutti i fatti storici narrati sono della più scrupolosa verità, attinti direttamente sul luogo stesso, da testimoni oculari.
Gli austriaci ingrossati a tutti i confini minacciavano il Cadore da vari punti, nessun aiuto esterno veniva a sostenere il coraggio dei difensori, che resistevano senza speranza di buona riuscita per solo amore di patria, per l'onore della nazione, come una protesta davanti l'Europa indifferente del diritto delle genti violato dall'Austria, e del predominio della forza sulla giustizia. E difendevano ancora i loro focolari, le care famiglie, le proprietà e le case invase e saccheggiate da crudeli stranieri, che commettevano esecrandi delitti, quando trovavano popolazioni inermi e fidenti nella loro tranquillità.
La convenzione stipulata cogli abitanti d'Ampezzo venne violata dopo pochi giorni, contro la volontà dei tirolesi; le truppe austriache ingrossate da rinforzi passarono nuovamente il confine, uccisero la sentinella e penetrarono in Cadore. Il piccolo Corpo Franco che sorvegliava la Chiusa dovette ritirarsi davanti il numero imponente di nemici, i quali avanzando sempre più, uccisero a colpi di moschetto un uomo di S. Vito che fuggiva.
Il giorno 10 maggio una pattuglia tedesca sorprese una povera donna, Giustina Belfi-Morel, con un figlio ed una figlia, nella loro cascina di Col. Il figlio che era andato ad invitare i tedeschi ad entrare, offrendo loro una refezione, cadde ferito mortalmente da quei soldati, i quali penetrati poi nel casolare, trassero fuori le due donne spaventate, fecero nefando strazio della figlia, e poi uccisala ne trasportarono il cadavere accanto al fratello non ancora morto, obbligando la madre a scavare la fossa pe' suoi figli. Poi la condussero in uno stanzone di Vodo con altri prigionieri tormentati in tutto quel giorno con terribili angoscie. Saccheggiarono il paese e trovatovi un povero pazzo lo unsero col sego e gli diedero fuoco, e dopo di avergli tagliata traversalmente la pelle del ventre lo finirono a colpi di moschetto.