Respinti dai cadorini accorsi da ogni parte, dovettero ripassare il confine, ma tali efferatezze sparsero la desolazione ed il terrore in tutto il paese.

Allora, prevedendo la possibilità d'una invasione per sorpresa, e temendo giustamente non solo le depredazioni, i saccheggi, gli incendi, ma ancora più gli spaventi, gl'insulti, le torture morali, e tutti gli altri pericoli, si venne nella determinazione di far ritirare in luoghi sicuri la popolazione inerme con gli oggetti preziosi, o più facili a trasportarsi.

Quest'esodo alpino del 1848, certamente ancora ignorato fuori del Cadore, è un fatto assai curioso ed interessante delle guerre d'indipendenza, e merita d'essere raccontato.

Tutti gli uomini validi erano sotto le armi, intenti alla difesa dei confini. Si lasciarono nelle case le sole persone strettamente necessarie all'assistenza dei mariti o dei figli, che compiuto il loro turno nel servizio della difesa, ritornavano a casa per riposarsi qualche ora, e si fecero partire le donne, i vecchi, i fanciulli, coi gioielli, le argenterie, i rami di cucina, le biancherie, gli arredi che si tenevano più cari.

Da ogni paesello delle Alpi salgono sull'erta dei sentieri serpeggianti fra le macchie e i frammenti di roccie caduti dall'alto; stradicciole praticate soltanto dalle mandre, che costeggiano i precipizi, entrano nei boschi, e riescono sulle cime, dove a grandi altezze, si distendono vastissime praterie, sparse d'armenti al pascolo. In quelle malghe si fecero salire le donne, i vecchi, ed i fanciulli, che si ricoverarono nei casolari dei pastori, o in quelle capanne dette baite dove si ripone il fieno falciato sulle alture e che sono costruite con tronchi d'alberi soprapposti, uno sugli altri, coi tetti contesti di pezzetti di legno collocati a foggia delle squame d'un pesce.

Ogni paesello del Cadore fissava il monte dove credeva trovare maggiore sicurezza e minore disagio. Era cosa commovente vedere quell'emigrazione di donne che, abbandonate le dolci abitudini e gli agi delle loro dimore, andavano ad esigliarsi in luoghi inospiti, lontane dai loro cari che lasciavano esposti a tutti i pericoli della guerra, e salivano pel faticoso sentiero portando in braccio i bimbi ancora lattanti, trascinando per mano quelli che camminavano appena; precedute dai più grandicelli che stavano in fianco alle guide, seguite dai vecchi ansanti, affaticati per l'erta e scabrosa via, e dalle donne di servizio colle gerle sulle spalle, cariche di provvisioni, di fardelli, e masserizie d'ogni fatta. E la lunga fila saliva lentamente, arrestandosi talvolta sotto un albero, o sopra una roccia sporgente, per riprender fiato e mandare un saluto affettuoso alla casa lontana, e al caro paesello abbandonato.

E dopo molte ore di cammino, trafelati dal sudore, giungevano in quelle eccelse regioni del silenzio, in quelle solitudini sublimi e severe, sotto l'aspre giogaie irte di scogli nudi e minacciosi. Colà si arrestavano, davanti una squallida capanna, che, ripulita e riparata con tende, offriva un rifugio dalle intemperie, e dagli uragani delle Alpi. E tutte le donne si accingevano con operoso coraggio ad allestire alla meno peggio il loro accampamento.

La cucina veniva approntata in pien'aria, e lontano dalla baita per timore degl'incendi, e si faceva il rancio come i soldati. Il salotto di società che serviva anche di sala da pranzo aveva sul pavimento un verde tappeto, uno strato erboso colore di smeraldo, sparso di fiori alpini; le pareti rappresentavano le catene delle Alpi colle cime nevose, con monti che succedevano ad altri monti, e boschi ad altri boschi, ed era soffitto l'azzurro padiglione del cielo. Nelle baite si dormiva sul fieno, che offriva un letto soffice ed odoroso. Cosicchè nessuna città poteva vantare più pittoreschi prospetti, nè giardini più spettacolosi, nè aria più pura, nè letti più profumati di quella colonia femminile. La quale per non vivere nell'anarchia aveva messo in ordine i suoi affari, nominando un consiglio con una direttrice, e dei regolamenti di reciproca utilità, ed aveva attivato un servizio postale che portava regolarmente le notizie dei paesi vicini, e i bollettini della guerra.

E in quei dolorosi frangenti, in mezzo ai pericoli, ai disagi, ai timori, alle ansietà, chi credesse che quelle donne si fossero abbandonate ad una desolante tristezza, sarebbe in errore. Regnava invece un buon umore perenne, e quella vita nomade presentava delle attrattive imprevedute, e il sacrifizio degli agi aveva i suoi compensi nella bizzarra novità di quella esistenza, nella quale bisognava spesso aguzzare l'ingegno per trovare continui ripieghi a casi impreveduti. I bambini erano felici, correvano, cantavano, danzavano, coglievano fiori, spargevano la gioia dovunque, e si vedeva davvero che la libertà è un gran bene, che l'uomo in società mena un'esistenza artificiale, in continua contraddizione cogli istinti della natura.

La montagna scelta da alcune famiglie di Pieve pel loro rifugio fu quella di Medole, e molte altre fissarono il loro accampamento sui dorsi più elevati della montagna di Vedorchia. Per recarsi in quest'ultima bisogna prima discendere per la lunga e rapida strada che va fino al ponte di Ranza, famoso per la sua posizione sopra un'altissima gola di roccie. Da Ranza convien salire per sentieri erti e malagevoli, il lungo cammino in zig-zag che conduce ai Tabiadi, ossia fienili di montagna; disposti in diverse località sulla schiena del monte. Colà fissarono allegramente la loro dimora le donne di Pieve, quasi tutte di civile condizione, e molte signore ricchissime, gentili, avvezze a tutti gli agi di una elegante esistenza, e vi rimasero lungo tempo, anche dopo l'entrata dei tedeschi, non osando fidarsi della promessa di costoro di rispettare le persone e le proprietà dei cadorini, preferendo ogni privazione piuttosto di tollerare l'aspetto degli abborriti invasori.