Quei fenili sconnessi per vetustà lasciavano entrare il vento da ogni parte, e mal si potevano riparare con coperte o lenzuola; la pioggia penetrava dai tetti, filtrava dalle pareti, correva sul pavimento. Nei giorni burrascosi era impossibile di reggere all'aria aperta. Ciò non ostante non vi fu in tutto quel tempo nessuna malattia di conseguenza, e se ne stettero sempre allegre, passando il tempo in conversazioni sul solito tema della guerra, e sulle vicende del giorno, con reciproche confidenze delle intime storie di ciascheduna.

L'arrivo delle notizie guerresche era naturalmente il momento delle grandi emozioni, ma per fortuna dopo gli ultimi fatti di Vodo regnava una specie di tregua, che quantunque foriera di più gravi avvenimenti, pure teneva in sospeso almeno i dolori acuti di perdite subite, e quantunque lasciasse temere nuovi pericoli, pure non mancava anche di alimentare nuove speranze. E in mezzo a tante gravi preoccupazioni, e a tante privazioni, l'energia di quelle donne non si smentì mai, ed esse tennero vivo l'ardore dei combattenti, animandoli alla pugna colle loro corrispondenze epistolari, nelle quali raccomandavano sempre la resistenza. E nella loro solitudine innalzavano preghiere a Dio per la patria, e la vittoria, e intuonavano canti di libertà.

La signora Enrichetta Giacobbi-Solero, donna veneranda per età, ricca di censo, rispettabile per senno virile, di modi cortesi ed affabili, di umore gaio e pieno di risorse, simpatica e cara a tutte le compagne, era stata eletta per acclamazione direttrice della piccola colonia di Medole, e tutte le signore e signorine dipendevano dai suoi ordini; ed essa trovava sempre il modo di aver notizie, e di tener viva la corrispondenza fra gli uomini della difesa e le esigliate del monte, conosceva tutto l'andamento degli avvenimenti, sapeva consolare e tacere in tempo; e quando giungeva la notizia d'una vittoria, era una festa per tutte, una gioja giovanile di canti e di balli, ed alla notte si accendeva un fuoco, al quale rispondevano tutte le altre colonie con altri fuochi sulle cime di tutti i monti, che era uno spettacolo consolante pei combattenti, terribile pei nemici.

E quando il silenzio della sera non era rallegrato da qualche buona notizia, allora davanti l'ampio orizzonte, cinto dalle nebbie della notte, tutte quelle signore unite all'ottima donna che si erano eletta per capo, si mettevano in ginocchio, ed alzavano al cielo ferventi preghiere per la patria, per la salvezza dei padri, dei mariti, dei figli, dei fratelli, dei fidanzati.

Al mattino alzate per tempo correvano all'aperto salivano a qualche punto che dominava il sentiero, e spiavano attentamente l'arrivo d'un parente, d'un amico, d'un messo. E davvero le visite non scarseggiavano a quell'attraente eremitaggio, ed ogni interessato trovava la sua volta per salire, ed ogni riposo concesso ai combattenti era impiegato in una gita sul monte. Le donne possono ricoverarsi in fondo al mondo, gli uomini troveranno sempre il tempo di raggiungerle.

Ogni babbo, fratello, marito od amante che saliva era sempre ricevuto come il re della giornata, e fatto sedere nel centro del grazioso cenacolo doveva raccontare tutto quello che sapeva dell'universo. E lo servivano di panna fresca, e d'altre ghiottonerie giunte non si sapeva come in cima della montagna. E aveva mille motivi di meravigliarsi di quanto vedeva d'intorno; delle risorse inconcepibili create da quelle esiliate, per rendere meno incomodo il loro soggiorno, e di certe raffinatezze impreviste che scaturivano improvvisamente in quei siti selvaggi. E quando il visitatore partiva non rifinivano d'incaricarlo delle loro commissioni a voce ed in iscritto, segrete o palesi, lo accompagnavano per un pezzo, gli raccomandavano caldamente di mandare amici e parenti, invitandoli a pranzo, e promettendo le più laute imbandigioni per quei tempi di guerra, di carestia, e di miseria. Ritornando indietro salivano sulle roccie sporgenti ed agitavano i fazzoletti in segno d'addio fino che fosse possibile di vedersi.

Così coglievano ogni occasione per ridere e stare di buon umore.

A mantenere costante la loro ilarità contribuì largamente un certo signor Taddeo, il quale benchè giovane e robusto aveva un carattere eccessivamente pusillanime, e s'era rifugiato egli pure colle donne e coi vecchi in cima della montagna. Il suo volto rotondo, paffuto, le sue membra grasse e ben tarchiate, le sue perpetue paure, lo rendevano il personaggio più comico della comitiva, ed era la vittima degli incessanti motteggi, dei frizzi, e degli scherzi delle più vispe ragazze, che si godevano un mondo a mettergli spavento con notizie inventate. Un giorno gli si annunziava la leva in massa di tutta la popolazione: uomini, donne, fanciulli rifugiati sul monte dovevano scendere per incontrare il nemico; un'altra volta erano i croati che avevano circondato il loro rifugio coll'intenzione di passare per le armi tutti i fuggiaschi. E gli mettevano i brividi raccontandogli le crudeltà degli austriaci, i villaggi saccheggiati, distrutti a ferro e a fuoco, e simili altri disastri della guerra, che doveva estendersi ovunque.

Egli studiava tutti i mezzi possibili di salvezza, ma veniva confutato, allora voleva discutere di politica, e le donne ridevano a crepapelle dei suoi sproloqui, e lo mettevano in canzone; e così Taddeo per fuggire dalle palle austriache era divenuto il bersaglio di quelle lingue mordaci, la vittima, il capro espiatorio di quel terribile drappello femminile che lo dilaniava fino sull'osso.

Che se talvolta per placare quei disprezzi, o per ingannare il tempo piacevolmente, tentava di fare il galante, veniva immediatamente denunziato alla pubblica indignazione, avendo tutte quelle donne giurato solennemente di condannarlo al celibato perpetuo, senza concedergli le attenuanti, in pena della sua vergognosa poltroneria. Allora egli crollava le spalle, si mostrava rassegnato, accendeva il sigaro, ed accennando colle braccia aperte all'ampiezza del mondo, diceva che ogni peccato ha diritto all'assoluzione, che ogni idea la più strana ha incontrato dei sostenitori, che tutto si dimentica, che i più timidi finiscono sempre col trovare indulgenza, e forse anche maggiori compensi degli eroi; e in questo non aveva tutto il torto, perchè giudicava i fatti positivi, senza tener conto della coscienza del dovere, che è il giudice supremo dei galantuomini.