Le donne più robuste, le più giovani, le più coraggiose scendevano sovente a Pieve a passare la giornata e ritornavano alla sera alla montagna, cariche di provvisioni, e fornite di notizie che raccontavano alle compagne che venivano ad incontrarle.

Maddalena e Maria vivevano appartate sulla montagna, colpite dal dolore nel profondo dell'anima per l'incerta sorte di Tiziano, non prendevano mai parte alle gaiezze dell'allegra brigata delle altre donne, e si erano ricoverate in un angusto tugurio isolato che serviva di rifugio ai pastori quando l'uragano li sorprendeva lontano dalla baita. Per solo compagno d'esiglio avevano condotto seco Fido, il cane di casa Lareze, l'amico del povero scomparso, e scendevano spesso a Pieve ansiose di sapere se fossero giunte notizie del loro caro, Maddalena per vedere suo marito, Maria per abbracciare suo padre, quando tornava nel roccolo a riposarsi qualche ora dalle dure fatiche del campo.

Le buone signore ricoverate a Medole salivano poche per volta a visitare le due afflitte nel tugurio, si studiavano di consolarle; con speranze che non potevano dividere, ma che erano balsami pietosi per quelle anime esulcerate.

Nelle lunghe ore solitarie si comunicavano le loro idee, rammentavano le rare doti di Tiziano, e piangevano insieme. Fido doveva certo comprenderle, e sdraiato ai loro piedi le contemplava cogli occhi mesti, partecipava al loro dolore, e pareva che avesse riportato a Maria il tenero attaccamento che lo legava a Tiziano, e lambiva le mani alla fanciulla guardandola con espressione affettuosa.

Sior Antonio si recava spesso a visitarle, portando i pochi viveri necessari alla vita, del pane bigio, del formaggio, e qualche frutta. Saliva lentamente per la via tortuosa colla sua pipa in bocca e il fardello sulle spalle. Fido lo scorgeva da lontano, avvertiva le donne abbaiando in modo singolare e correva incontro al padrone salutandolo con molte carezze, e scodinzolando in segno di contentezza.

Le donne non osavano interrogarlo, ma procuravano d'indovinare dalla espressione del suo volto se aveva delle buone o delle cattive notizie; egli preveniva tanto le vane speranze che i timori paurosi, e appena giunto esclamava: — niente di nuovo!... — e accompagnava queste parole con un profondo sospiro, e qualche volta con una lagrima.

Dopo alcuni giorni di tregua gli austriaci si fecero più minacciosi, passarono i confini in vari punti, sempre respinti dall'indomabile resistenza dei cadorini, dall'attiva vigilanza del Comitato della difesa, dall'instancabile attività del capitano Calvi che pareva avesse il dono dell'ubiquità, perchè compariva sempre in tutti i pericoli.

Lo si vedeva passare rapidamente pei paesi quasi deserti, montato sul bianco cavallo, e accorrere dove si udiva il suono del cannone o delle fucilate.

Animava i combattenti, si metteva alla testa dei drappelli che andavano all'attacco, dirigeva i movimenti, ordinava ogni cosa coll'audacia che sfida le maggiori difficoltà, colla calma che calcola freddamente le conseguenze d'ogni azione. E tutti lo seguivano con fiducia, con entusiasmo, con slancio irresistibile, e nessuna fatica eccessiva, nessuna marcia forzata, nessuna privazione faceva uscire un lamento, da quegli uomini forti, risoluti e coraggiosi.

Ma era impossibile trovarsi sempre in tutti i siti minacciati, e un giorno 300 cacciatori tirolesi passata la Forcella d'Antelao per un varco poco praticabile sopra San Vito penetrarono nella valle d'Otten, e giunsero fino alle prime case di Calalzo. Il paese era deserto, ma due donne avvedutesi del pericolo corsero in fretta al campanile, diedero di piglio alle campane, e suonarono con tanto furore che poco dopo si udirono tutti i campanili vicini che suonavano a stormo. Allora i nemici si credettero circondati da ogni parte, e si dettero a fuga precipitosa.