Sarebbe troppo lungo e troppo straziante il narrare tutte le barbare uccisioni di gente inerme, tutte le atrocità, gli incendi, le sevizie, le rapine di quei barbari invasori stranieri, e tutti gli atti eroici dei cadorini, in quelle gole deserte e sconosciute, dove sovente dieci patriotti risoluti facevano retrocedere cento soldati. Le sole donne salvarono più volte i paesi minacciati, con quell'ardire che nasce dal semplice e santo amore della famiglia e della patria, senza il pungolo degli onori e della gloria che animano i soldati.

Il generale Stürmer con 5000 uomini da Longarone giunse a Rivalgo, fece vani tentativi per penetrare più avanti, e fu sempre respinto. Ai razzi alla congreve slanciati per atterrire i difensori essi rispondevano col grido di «viva l'Italia» e sapevano schivarli, quando invece le carabine dei cacciatori Cadorini abbattevano ad ogni colpo un soldato tedesco.

Furibondi per l'impossibilità di vincere quella tenace resistenza, gli Austriaci misero il fuoco al paese, e si ritirarono, e le rovine di Rivalgo, dopo più di trent'anni, non del tutto riparate, conservano le traccie di quella barbarie, attestano l'infame procedimento degl'invasori, e mostrano ancora alla nazione la necessità di saper trattare le armi per la sicurezza della patria, per la difesa dell'onore, della libertà, e della famiglia, contro gli assalti degli stranieri.

Dopo ripetuti tentativi in Oltrechiusa riusciti tutti vani, un corpo di 3000 tedeschi si presentò nuovamente a quel confine. I Cadorini trovandosi in numero assai ristretto si ritirarono fino alla Chiusa ove li attesero imperterriti; operarono prodigi di valore, e li obbligarono a retrocedere.

Allora i tedeschi essendo numerosi in Friuli tentarono d'introdursi in Cadore dalle gole della Carnia, ove il confine era stato poco premunito per la difesa, non avendo giudicato probabile che dovessero penetrare da quella parte.

La sera del 23 maggio giungeva al Comitato l'annunzio che circa 3000 Austriaci avevano passato il Fella, che si dirigevano per Tolmezzo e quindi pel Cadore, attraversando il Mauria; seguiti da altri 700. Poco dopo, un altro messo portava la notizia che altri 1200 tedeschi passavano pel canale di Gort, e che sarebbero penetrati in Cadore per la via di Forni-Avoltri e Sappada.

Calvi fece tosto suonare il tamburo per le strade di Pieve per raccogliere i Corpi Franchi che si trovavano in paese. Michele ed Isidoro accorsero subito, ordinarono i loro militi, e tutti uniti partirono sul far della sera, col capitano Calvi alla testa, montato sul solito cavallo bianco, salutato con entusiasmo dai pochi abitanti che si trovavano in paese. Marciarono tutta la notte in silenzio, ciascheduno raccolto ne' suoi pensieri. La luna batteva i suoi pallidi raggi sul condottiero, che pareva un fantasma vagante di notte tempo fra quelle tetre montagne, seguito da ombre fantastiche che di tratto in tratto sparivano nelle cupe tenebre dei villaggi per ricomparire confusamente nella luce azzurrognola ove si allargava la valle libera dalle case e dagli alberi.

All'alba trovarono i paesi sgomenti per la notizia dell'invasione che s'era propagata rapidamente. Gli abitanti avevano passata la notte sulla via, esitanti sul partito da prendersi, ascoltando le diverse opinioni, consigliandosi fra vicini. Le donne cariche di fardelli partivano coi bimbi, i vecchi esortavano i giovani alla difesa, ma nella confusione e nel disordine nessuno prendeva un partito. Ma ecco il primo raggio di sole che batte sul cavallo bianco che si avanza da lontano, con un codazzo di gente armata, ecco il tamburo che chiama il villaggio alle armi. A quella vista un grido di esultanza esce dalla folla, tutti si rivolgono da quella parte al grido di viva l'Italia, ogni esitanza è scomparsa, tutti si sentono animati alla difesa ed accorrono ad afferrare le prime armi che trovano in casa per accompagnare i corpi franchi. Le campane suonano a stormo, tutte le campane dei villaggi vicini rispondono, e da Lorenzago, da Vigo, da Lozzo, da Auronzo gli abitanti corrono in massa per difendere i valichi minacciati. Il passaggio dei Corpi Franchi ha raccolto tutti gli abitanti dei villaggi che scendono come una valanga da tutte le alture. Calvi arringa quelle masse, le elettrizza colla sua parola che risveglia ogni nobile sentimento. Egli li ordina, li fa procedere regolarmente, e giunto al fine della marcia unisce tutte le forze che ha raccolte per via, e le colloca opportunamente intorno al passo della Morte.

Il passo della morte è una strettissima gola, che si nasconde tra due angusti dirupi, alla sinistra del Tagliamento. La strada passa fra un muraglione e le roccie tagliate a picco come una breccia scavata nel monte. Una barricata venne innalzata davanti all'apertura, sotto la quale praticarono delle mine. I fucilieri vennero distribuiti sulle coste del monte e si mandarono sulle alture gli uomini disarmati, per accumulare sassi e macigni e apparecchiare le mine da seppellire sotto i frantumi coloro che osassero attraversare il varco vietato.

Il mattino del 24 gli esploratori spediti da Calvi verso il nemico udirono un suono d'armi e di armati oltre il Rio Verde, ad un chilometro e mezzo dalle barricate, e videro l'avanguardia austriaca che avanzava. Retrocessero subito per darne l'avviso, mettendosi tutti in pronto per la difesa.