Il pastore raggiunse il ragazzo che attendeva sulla porta, gli pose una mano sulla spalla, gli consegnò la lettera, e lo ammonì con queste parole:

— Va ad avvertire tua madre che faccia salire le vacche in montagna, e si allontani il più presto possibile; gli dirai che io parto cogli altri contro i tedeschi. Tu andrai difilato a portare la lettera a Pieve, e se Iddio ci salverà dalle disgrazie, ci troveremo a casa quando avremo liberato il paese dai nemici.

Il ragazzo scomparve, il pastore raggiunse Maria, e si confusero colla folla che progrediva, gridando, — Viva l'Italia — Viva Pio IX — morte ai tedeschi!

X.

Le masse popolari armate venivano dalla valle d'Ansiei, da Lozzo, Vigo, Lorenzago, e da S. Stefano del Comelico, e si unirono a Laggio ascendendo la riva di Mondéron e per Sottonovada giunsero a Costadoro davanti la valle del Piona fiancheggiata da nere selve, col monte Cornon dirimpetto. Procedevano lentamente cantando inni nazionali, preceduti dai fucilieri ai quali venivano dietro gli uomini e le donne armati di lancie, di forche, di spiedi e di falci.

Questa turba veduta da lontano, che seguiva i sentieri tortuosi dei monti, pareva un nero serpente gigantesco. Penetrava nei tetri boschi d'Aunede, si distendeva in lunga fila sulla salita di Fontanelle e s'arrestava davanti il ruscello di Rendimera, che scende precipitoso fra le roccie di Starezza, sul margine della foresta. Dall'altra parte del ruscello si vedeva un drappello di fucilieri cadorini che retrocedeva lentamente davanti un corpo numeroso d'austriaci che avanzava. Quando i cadorini che avevano attraversato il Rendimera, si videro sostenuti dalla massa del popolo accorso, ripresero ardire, e riparati dietro gli alberi e le roccie tirarono contro il nemico, mirando dritto colle carabine, e facendo cadere un soldato ad ogni colpo; e ad ogni nemico che cadeva il popolo mandava urli e grida frenetiche di viva l'Italia, viva Pio IX.

Gli austriaci rispondevano colle fucilate e coi razzi, ma senza avanzare, credendo che il bosco fosse tutto invaso da soldati che li attendessero in agguato, quando invece non c'era che una popolazione quasi inerme dietro ai soli ottanta fucilieri armati d'arme da fuoco.

Verso mezzogiorno, un ufficiale austriaco ed un tamburino essendo rimasti uccisi, un caporale dei fucilieri di Auronzo alzatosi in piedi per veder meglio i caduti, fu colpito da una palla in fronte che lo distese morto all'istante. Dopo un altr'ora di lotta gli austriaci appiccarono il fuoco ad un fienile, e si vedeva da lontano divampare l'incendio, fra vortici di fumo e di fiamme, e i tedeschi raccolti i loro cadaveri li portavano al fienile e li gettavano nel fuoco.

Mentre alcuni soldati erano intenti a questa operazione, gli altri si tenevano nascosti fra gli alberi alle falde del monte, quand'ecco tutto ad un tratto una grandine di macigni che scende dalle cime, schianta gli alberi, schiaccia gli uomini e seppellisce sotto le macerie tutto ciò che non travolge nei gorghi del torrente, fra le acque tinte di sangue. A quel miserando spettacolo si univano gli applausi e le grida della popolazione raccolta nel bosco, colpita dalla sorpresa di quella scena, e dalla gioia di vedersi liberata dal nemico, il quale spaventato dall'impreveduto massacro, esterrefatto dal terrore, correva di qua e di là senza ordine nè ritegno, bersagliato dai tiri dei fucilieri che abbattevano i fuggiaschi.

Erano stati gli abitanti del Comelico, che, giunti di soppiatto sulla cima del monte, avevano precipitato le roccie sull'abisso nel cui fondo stavano i nemici. Una fucilata partita dal bosco colpì anche il comandante austriaco, che fu subito raccolto dai suoi soldati, e portato verso la tettoia in fiamme; ciò fece credere ai cadorini che lo gettassero nelle fiamme ancora vivente.