Svanita l'antica fede e cresciuta l'ignoranza, si conservò il culto delle selve, e i bassi tempi trascesero in fantastica fantasmagoria di nuove superstizioni. La rozza immaginazione dei popoli settentrionali popolò le foreste di elfen, di larve, di fate, di spettri e di congressi notturni di demoni e di streghe. Il gufo, la civetta apparvero sinistri augelli, l'allocco rappresentò un principio maligno, e la paura generò nuovi fantasmi.

Il mondo moderno non crede più a niente, ma il sacro orrore delle foreste sopravvive agli dei scomparsi, e ai miti superstiziosi, ed anche al presente i boschi hanno i loro misteri, e specialmente di notte vi si veggono dei fantasmi che stendono le braccia nel buio, degli occhi lucenti che guardano nell'ombra, e si odono sibili, bisbigli, sussurri, dei passi, degli strisciamenti, dei colpi, degli stridi, delle voci arcane che mettono paura.... anche alle fanciulle più coraggiose.

In quei momenti di guerra e di agguati il pericolo appariva più evidente e più spaventoso; Maria non si sentiva tranquilla, e decise d'uscire dal bosco. La notte era oscura, e rade stelle brillavano al firmamento. Scese all'aperto nel prato, volgendosi peritosa di tratto in tratto per osservare se taluno la seguisse da lontano, e s'avviò verso il fienile incendiato che si andava spegnendo, mandando gli ultimi sprazzi di luce, e quando gli fu presso sentì scricchiolare i legni bruciati, o forse anche le ossa dei cadaveri gettati nelle fiamme.

Osservando quei terreni rovinati dagli orrori della guerra, quegli avanzi fumanti dell'incendio, le si risvegliò nell'animo indignato l'odio per gli stranieri che erano venuti a desolare i suoi monti, ad uccidere i suoi cari, a lasciarla sola nel mondo. Le tremule fiammelle fra i carboni mandando una luce sinistra rischiaravano un tratto di terreno e facevano apparire più cupe e profonde le tenebre della notte. I monti boscosi parevano alti muraglioni percorsi da neri spettri, il padiglione del cielo sembrava il funebre lenzuolo che copre la bara dei morti, e quella fanciulla vagante nella tetra solitudine, cogli occhi scintillanti di luce sinistra, coi capelli scomposti, col volto sparuto, le vesti lacere, armata d'una lancia, presentava il truce sembiante del genio della vendetta, che attende una vittima per vibrare i suoi colpi.

Immobile e silenziosa ascoltava attentamente il crepitare del fuoco, quando le parve udire un gemito che uscisse dalle rovine. Ritenne il respiro, e udì distintamente una fievole voce che chiamava: — Maria.

A quel suono, a quel nome, un freddo sudore la invase, un fremito le percorse tutte le fibre, si sentì mancare le forze, e dovette appoggiarsi alla lancia per non cadere....

— Maria.... Maria.... ripeteva debolmente quella languida voce, e un lungo gemito doloroso seguiva quel nome.

Le parve riconoscere la voce di suo padre moribondo.... si fece animo, girò intorno all'incendio e scorse a breve distanza una piccola tettoia che trovandosi sottovento era stata risparmiata dall'incendio, ed essendo aperta dalla parte opposta al fuoco, si trovava immersa nelle tenebre.

Maria entrò barcollante sotto quella tettoia, e vide confusamente nel buio un uomo disteso sul terreno.

— Papà mio!... esclamò esterrefatta, sei tu che mi chiami?...