Poi passato il Piave rasentarono Feltre, toccarono Quero e Possagno, sempre costeggiando i monti, finchè giunsero a Trebaseleghe. La pianura era piena di croati, e ne incontravano dovunque le pattuglie, ma proseguendo tranquillamente la strada giunsero a Briana dove Calvi potè gettarsi nelle braccia di sua madre, lieta di stringerlo al seno, ma tremante per la sua sicurezza. Colà passò la notte col suo compagno, ed al mattino seguente partirono insieme per Conche, ove presero una barca per Chioggia, e di colà giunsero sulla sera a Venezia.

Michele fu il solo, dei tre amici del roccolo di Sant'Alipio, che fosse rimasto incolume nella difesa del Cadore. Appena ritornato a Pieve, corse in casa Lareze ad abbracciare quella sventurata famiglia, colpita da tante sciagure. Colà potè stringere affettuosamente la mano di Maria, che al solo vederlo si sciolse in amare lagrime chiamando invano fra i singhiozzi suo padre e Tiziano.

Il roccolo di Sant'Alipio era chiuso; ogni coltura abbandonata, le erbacce e le ortiche crescevano fra i fiori e le frutta che nessuno coglieva; le piante curvate dai venti alpini pareva che piangessero, e sembrava che la natura vestisse il lutto per la morte di chi l'aveva amata con tanta passione.

Bortolo era ritornato a casa sano e salvo anche lui, bene accolto da tutti, compreso Fido, che non rifiniva di manifestargli a suo modo la gioia di rivederlo. Quel buon giovane aveva contratte facilmente le abitudini militari, si teneva ritto sui talloni, e non si cavava più il cappello per salutare, ma alzava la mano alla fronte. Era dolente che tutto fosse finito, e non poteva rendersi conto come dopo d'aver sempre vinto, si avesse finito col perdere la partita, e ne accusava il destino. E quando gli amici andavano alla mattina a trovarlo in stalla mentre governava la cavalla, e gli parlavano dei tedeschi ritornati, egli strigliava la Nina con tanto furore, che la povera bestia sentendosi lacerare la pelle menava calci e nitriti da disperata.

Michele prese congedo dalla famiglia Lareze, augurandole giorni migliori, ed annunziò la sua partenza per Venezia, ove si andavano raccogliendo i combattenti dispersi in tutto il Veneto. Egli non metteva nessun dubbio di superare le difficoltà che si opponevano al viaggio, deludendo la sorveglianza della polizia, e trovando un mezzo di trasporto, ma la faccenda più seria fu quella di ottenere nuovi fondi dallo zio. Sior Iseppo pretendeva che tutto fosse finito, e per sempre. Glielo aveva assicurato il Consigliere imperiale, il quale andava ripetendo a chi gli dava retta che i cadorini dovrebbero essere convinti che non si schiaccia l'Austria colle mani, come se fosse un pane di butirro!... E al nipote che voleva persuaderlo che il Consigliere era un idiota ed un vigliacco, sior Iseppo rispondeva:

— Sei matto!... è un uomo di mondo, è un uomo d'esperienza che la sa lunga, e che vede chiaro. Voi giovani siete buoni tutt'al più a farvi rompere la testa... e a rompere le tasche ai vostri parenti. Ti ho mantenuto a tutte le scuole per darti uno stato... ahimè che cosa sei diventato?... quale mestiere, quale professione hai mai scelto?... che cosa hai fatto finora a questo mondo?... non sei buono da niente!... congiurato... per farti mettere in gabbia, emigrato per girare il mondo a spese di tuo zio minchione... politicante per turbare la quiete della gente dabbene... soldato per farti battere!... ed ora che tutto è finito che cosa pensi di fare?... Ehm! vergognati una volta, pensa a far giudizio che è tempo!... cessa alfine di spender bezzi e di cavarmi sangue, senza guadagnare un quattrino... credi che io abbia una miniera?... e con questi anni di miserie!... ehm!... ahu!... — e andava via dimenando la testa, e brontolando fra i denti, tirandosi il berretto di lana nera fino alle orecchie.

Michele gli faceva le corna per di dietro, e lo mandava a tutti i diavoli, lo chiamava vecchio imbecille, sordido, avaro... ma dentro i denti, e senza lasciarsi intendere, e lasciava passare la bufera per tornare alla carica a tempo più opportuno.

Una mattina, gli austriaci, passati in rassegna da un generale, suonarono il tamburo molto per tempo sotto i balconi di sior Iseppo e gli ruppero il sonno prima dell'ora abituale. Sior Iseppo andò in furia, e camminando in fretta per le sue camere, colle mani dietro la schiena, andava mormorando:

— Maledetti bestioni!... pare che sieno a casa loro.... farebbero assai meglio a star tranquilli, e non far saltare la mosca al naso ai cadorini!...

Michele colse il momento favorevole, e disse allo zio: