— Non mi manca che il vostro passaporto!... — e fregando il pollice sull'indice faceva vedere a suo zio ciò che gli abbisognava.

— Partirai domani mattina, gli disse sior Iseppo con voce cavernosa, e girando sui talloni scomparve.

Prima di sera lo chiamò nella sua camera, gli diede del denaro, raccomandandogli di tenerne conto, se non voleva farlo morire nella miseria, poi lo congedò con queste poche parole:

— Fermezza e concordia!... bisogna che facciamo tutti dei sacrifizi per la patria... ma voi non concedete nessuna tregua, che quando avranno ripassato le Alpi....

Intanto gli austriaci ben fortificati in paese s'erano messi a sorvegliare tutti i passi, accorgendosi che la gioventù partiva per Venezia, ove si andava raccogliendo per ricominciare la lotta. Non potendo viaggiare per la strada maestra senza pericolo d'essere arrestato, Michele dovette prendere le scorciatoie dei monti, e Giacomo Croda che era tornato a Pieve a render conto al Comitato della sua ultima spedizione, volendo ritornare alla laguna, si offerse ben volentieri anche questa volta a servirgli di guida.

I monti hanno vie sacre agli esuli, ai fuggiaschi, ai contrabbandieri, e segreti ignoti agli estranei. Colà il montanaro è in casa sua, e in mezzo al croato ed allo sgherro che corrono sulle sue traccie egli siede sovrano, e guarda da lungi in atto di sfida chi non sa raggiungerlo sulla roccia fedele, e colà si riposa in sicurezza, e fuma pacifico la pipa in barba ai persecutori.

Era però amaro per Michele trovarsi come fuggiasco fra quei monti, che pochi giorni prima coi suoi amici aveva contesi agli invasori stranieri sui quali avevano tirato come sugli orsi, facendoli fuggire spaventati.

Sulle erte pendici boscose che sovrastano Pieve, Michele guardava con amore il suo paese, e si attristava di dovervi lasciare i soldati stranieri, che si vedevano dall'alto brulicare sulla piazza deserta d'abitanti, e parevano formiche che circondano un cadavere.

Quelle casupole nere, affumicate, miserabili, non avevano potuto sfuggire alla conquista di genti straniere, che avevano abbandonato i loro paesi e le loro case per correre fra mille pericoli in mezzo a quei monti ove gli abitanti li aspettavano colla carabina in guardia per fulminarli. Ed ora che erano divenuti i padroni, gli pareva che quei monti diventassero inabitabili, uggiosi, opprimenti; quelle rupi smisurate, quei massi giganteschi spaccati dai secoli, quei crepacci irti di piante selvaggie, quelle frane ridotte in frantumi, sui quali crescevano degli abeti rotti dagli uragani, quelle nevi eterne sulle cime inacessibili, gli stringevano il cuore, e le sfuggiva inorridito.

Pochi giorni dopo per vie nascoste entrava in Venezia. Quivi era un altro spettacolo, la bandiera italiana coll'antico Leone di San Marco sventolava sulle antenne della piazza. L'orizzonte era aperto, ampio, infinito. Il sole sfolgorante faceva sembrare la laguna sparsa di brillanti. Era tutto un sorriso di natura, d'arte e di ricchezza unite insieme. I mosaici d'oro, le colonne di marmi orientali pompeggiavano nel tempio, i palazzi come gioielli preziosi si alzavano dalle onde turchine, i gondolieri cantavano canzoni patriottiche, le donne si ornavano il crine coi tre colori nazionali, e i loro occhi gettavano dardi d'amore.