Questo lembo delizioso d'Italia era libero, e spiegava il mistero dell'invasione. Ecco perchè gli stranieri avevano lasciate le loro case, e sfidata la resistenza dei confini, ed erano penetrati in quei monti aspri e terribili che li schiacciavano sotto le loro rovine.

Varcate quelle Alpi spaventose c'era il paradiso terrestre che attendeva i vincitori, c'era il sorriso d'Italia che compensava di tutte le pene subìte c'era il dolce riposo in grembo del bel paese prediletto dalla natura.

— Bisogna finirla!... esclamava Michele nell'entusiasmo; questa terra benedetta è nostra. Iddio ce la diede a dimora, essa venne illustrata dai nostri antenati, e noi non possiamo dividerla con altri popoli, fino che intendono dominarla come padroni. Fuori gli stranieri rapaci, o moriamo tutti; difendiamo la patria e la libertà in questo antico rifugio della laguna.

Quest'idea dominava tutte le menti, oscillava in quell'aria salina, si diffondeva colle brezze del mare; era il pensiero di Venezia.

Il Cadore aveva fatto il possibile per vietare l'ingresso degli stranieri, ma questi erano penetrati da ogni parte come un'inondazione che allaga un paese.

I cadorini caduti gloriosamente combattendo, sopraffatti soltanto dalla potenza superiore del numero e delle armi, si rifugiavano a Venezia in mezzo ad altri italiani provenienti da tutte le provincie, per tentare se il mare fosse barriera più sicura delle Alpi, e per vedere ancora una volta se i diritti della natura e della storia potessero soverchiare la forza brutale che voleva soggiogarli.

E gli altri Stati d'Europa assistevano impassibili a questa lotta, perchè tutti più o meno portavano il marchio infame della conquista, tutti furono più o meno invasori. L'Italia ne aveva dato il primo esempio, e ne subiva per legittima conseguenza una terribile punizione. Dal suo isolamento sorse il detto famoso «L'Italia farà da sè!»

E nella rivoluzione di Milano e nelle battaglie combattute sul Mincio e sull'Isonzo, nelle giornate memorabili di Sorio e Cornuda, nell'eroica difesa del Cadore, nei fatti gloriosi di Vicenza si versò molto sangue italiano, ma i volontari poco esperti e male armati dovettero soccombere al numero prevalente dei nemici che avevano conservate le fortezze ed erano perfettamente disciplinati ed agguerriti.

Allora si cominciò a vedere chiaramente il grave danno delle divisioni territoriali ed a sentire l'assoluta necessità dell'unità nazionale, che sola può assicurare l'indipendenza. La dinastia di Savoia aveva tradizioni gloriose, disponeva di un esercito regolare, e sola in Italia teneva alzata la bandiera nazionale, aveva accettato uno statuto liberale e possedeva un territorio sufficiente per essere considerato come il primo nucleo della nazione. Nei momenti dolorosi delle prime sventure, gl'italiani sentirono il pericolo delle loro funeste divisioni, e la necessità di raccogliersi sotto quella bandiera. La Lombardia ne diede l'esempio, le città venete la imitarono fondendosi al regno Sabaudo, e Venezia pure votò l'immediata fusione della città e provincia che venne accettata dal Parlamento di Torino; ed eletti i Commissari piemontesi che costituirono il nuovo governo, Manin ritornava alla vita privata.

Intanto l'esercito di Carlo Alberto perdeva terreno, ed era vittima di disastri prodotti da varie cause. Però la guerra d'indipendenza veniva onorata da fatti memorabili e gloriosi, e fu detto più tardi da un illustre generale (Alfonso La Marmora) che «la sconfitta di Custoza può essere riputata una vittoria, poichè essa provò una volta di più quanto sia grande il valore italiano.»