La notizia dell'esito funesto di Custoza si sparse rapidamente per tutta l'Italia.

L'armistizio fra il Piemonte e l'Austria fece temere per Venezia l'estrema sciagura di ricadere in mano del nemico. L'agitazione, il timore si manifestavano su tutti i volti, la desolazione si sparse in tutta la città. In piazza San Marco il popolo si affollava, gridando: — «notizie!... notizie.... vogliamo notizie del campo» e in mezzo ad altre manifestazioni di sdegno e di timore si udirono le grida di «abbasso i Commissari, viva Venezia, viva San Marco!» e la folla invase le scale, penetrò nel palazzo governativo.

Nel momento più pericoloso di tale rivolta giunse Daniele Manin. La sua presenza, le sue parole, i suoi gesti bastarono a calmare l'effervescenza della folla. Affacciatosi alla finestra chiese di parlare; ed un perfetto silenzio succedette alle grida scomposte e disordinate. Allora egli disse:

— I commissari regi dichiarano astenersi fino da questo momento di governare. L'assemblea della città e della provincia di Venezia si riunirà dopo domani per nominare un nuovo governo. Fino a quel momento, per queste quarantott'ore governo io.

Il popolo con evviva entusiastici dimostrò la sua approvazione per la dittatura dell'uomo che godeva la sua piena fiducia, e questa nuova rivoluzione si compì senz'altri disordini, senza spargere una goccia di sangue.

La gente affollata domandava armi per correre contro gli austriaci:

— Armi non mancheranno, rispondeva il novello dittatore, tutto serve di arme ad un popolo che vuole difendersi: ricordatevi il 22 marzo, con quali armi avete scacciati gli austriaci!... Adesso sgombrate la piazza; perchè io possa provvedere alla salute della patria mi occorre silenzio e calma.

Pochi minuti dopo la piazza era deserta; tutti avevano obbedito.

Il Tenente Maresciallo Welden, che comandava le forze austriache nel Veneto, annunziando l'esito della battaglia di Custoza, dichiarava completamente distrutto l'esercito di Carlo Alberto, e invitava il governo di Venezia a trattare la resa della città prima della sua estrema rovina.

Si rispose: speravasi provare che Venezia era ben lontana dal pericolo di cadere. E Manin indirizzò un manifesto all'esercito esortandolo a compiere l'alta impresa di difendere e salvare Venezia, nell'interesse della libertà e dell'indipendenza d'Italia: «il momento è solenne, diceva, si tratta dell'esistenza politica dell'intiera nazione; i suoi destini possono dipendere da quest'ultimo baluardo».