L'assemblea convocata per nominare il governo proclamò la dittatura di Manin.

Un decreto del governo invitò i cittadini a portare al Comitato, nello spazio di quarantotto ore, tutti gli oggetti d'oro e d'argento, per essere convertiti in numerario, obbligandosi di rimborsarli a guerra finita. Tutti obbedirono, e fu tanta la folla accorsa all'invito che convenne prorogare di quattro giorni il termine fissato. Ricchi e poveri correvano a portare gli oggetti preziosi, le popolane consegnavano gli orecchini e gli smanigli, i ricchi le argenterie e i gioielli ereditati dagli avi. E si pensava alle armi che dapprima si erano pur troppo trascurate nel trasporto d'ebbrezza della miracolosa emancipazione. Si provvide alla disciplina delle milizie, si accrebbero gli artiglieri, si organizzò il corpo intitolato Bandiera e Moro, composto di giovani reclutati fra le migliori famiglie del Veneto.

I Cadorini accorsi a Venezia facevano ressa per essere accolti alla loro volta, e rappresentare nella difesa il loro paese. La prima idea fu quella di formare un corpo col nome di Cacciatori del Cadore, e se ne compose il primo nucleo e siccome mancava il denaro si dovette battere alle porte dei ricchi cadorini residenti a Venezia, che colle loro offerte fornirono i mezzi necessari; e così fu creata quella legione di valorosi montanari, che preso un nome più generico, si chiamò dei Cacciatori delle Alpi; della quale venne eletto capo l'audace condottiero dei cadorini, Pietro Fortunato Calvi, col grado di Tenente Colonnello.

Appena aperto l'arruolamento vi accorsero in gran numero i giovani provenienti dal Cadore, da Agordo, da Zoldo, da Belluno; e accorse fra i primi Michele, che fu subito nominato ufficiale, e lieto di riprendere le armi si mise con vera passione ad istruire i giovani coscritti, promettendosi di vendicare l'invasione del Cadore.

Un giorno egli stava ciarlando sulla porta della caserma con alcuni commilitoni, quando un giovanotto gli si slanciò improvvisamente fra le braccia, e lo strinse al seno con affettuosa tenerezza.

È facile immaginare la sua sorpresa quando riconobbe il diletto amico Tiziano Lareze, che aveva pianto per morto; ed anche vedendoselo davanti vegeto e sano lo andava palpando, per assicurarsi che non fosse un sogno, un'allucinazione, od un'ombra.... ma era proprio lui!...

Essendo l'ora della colazione non avevano nulla a fare di meglio che andare insieme al Cavaletto a raccontarsi la loro storia. E strada facendo, Michele sbalordito dalla comparsa dell'amico non rifiniva d'interrogarlo, con successive e confuse domande, senza lasciargli il tempo di rispondere.

— Dunque non sei proprio morto!... mi pare ancora impossibile!... ma non hai ricevuto una palla croata all'assalto di Rivalgo?... non sei stato preso e fucilato?... nè trucidato dai soldati furibondi, come ce l'avevano fatto credere in Cadore?... Dove sei stato fin adesso?... perchè non hai avvertito la tua famiglia, e la tua povera fidanzata, che eri ancora vivo?... perchè non hai mai scritto agli amici?... come sei giunto a Venezia?... hai notizie della famiglia.... e di Maria?...

— Se mi lascerai parlare risponderò a tutto, gli diceva Tiziano, ma intanto andiamo a far colazione.

Entrarono al Cavaletto, e si ritirarono in uno di quegli stanzini che sembrano fatti apposta per le intime confidenze, raccolti, ristretti, senza altro foro che quello per il quale si entra. Fecero portare del vino, e del migliore, e cominciarono a fare un evviva al Cadore, ed alla futura indipendenza della patria; poi bevettero alla salute dei morti risuscitati, e dei vivi che s'incontrano mentre le montagne stanno ferme.