Michele dovette frenare la sua impaziente curiosità, e lasciare che l'appetito del suo amico fosse soddisfatto prima di ottenere il racconto delle sue avventure. Finalmente giunti al termine della colazione, accese un sigaro, e appoggiandosi coi gomiti sulla tavola, stette ad ascoltare senza batter palpebra quanto gli narrava Tiziano:

Egli cominciò in questi termini:

— Prima di tutto è necessario che ti confidi un segreto. Devi dunque sapere che dopo la venuta di Calvi in Cadore, Maria divenne così entusiastica ammiratrice delle sue geste, e della sua persona, che non si poteva intrattenerla d'altro argomento. Essa non viveva più che per udire quanto faceva il capitano, voleva conoscere i più minuti particolari della sua vita, voleva vederlo, applaudirlo, seguirlo col fucile in spalla, pregava ferventemente per lui, lo trovava sentimentale, bello, sublime!... Ne fui grandemente geloso!... te lo confesso senza raggiri.... vidi che per Maria la gloria aveva un prestigio irresistibile, e mi sentii trascinato da un ardente bisogno d'eroismo.... il mio amore per la patria, e per la libertà, s'era fuso coll'amore per Maria, ed io mi sentivo spinto da un ardente impulso verso tutte le imprese più difficili, e mi pareva di doverle superare colla forza della mia volontà.

Imitare il coraggio di Calvi mi pareva la cosa più naturale del mondo, volevo superarlo, volevo compiere qualche fatto straordinario, raggiungere la gloria o morire!... Nudrivo questi sentimenti nel segreto dell'anima ardente, quando chiamati sotto le armi fummo mandati a Ricurvo per impedire l'entrata dei tedeschi che avanzavano da Termine. Ti rammenti tutte le peripezie di quella memorabile giornata.

Ubbriacato dall'esaltazione del mio cervello, eccitato maggiormente dall'odore della polvere, e dalle grida vittoriose dei nostri, mi pareva che Maria mi guardasse, non volevo lasciarmi passare da nessuno, mi sentivo le ali che mi portavano, ed una forza erculea che mi rendeva capace di difendermi contro venti. Udendo la voce di Calvi che mi chiamava indietro ho supposto che egli invidiasse la mia audacia, e raddoppiai la corsa fra una grandine di proiettili che mi fischiavano intorno lasciandomi incolume, e inseguendo il nemico che fuggiva entrai nel paese colla spada alzata, eccitando i miei soldati a seguirmi.

I tedeschi penetrati nelle case di Rivalgo tiravano dalle finestre, io menava la spada furiosamente quando fui colpito da varie palle e caddi come morto per terra. Questa è stata la mia salvezza, tutti gli altri furono presi, trucidati, e fucilati come briganti. Io rimasi abbandonato coi morti. Non apersi gli occhi che a notte avanzata, e mi vidi davanti il barlume d'un fanale, ed un uomo che mi stava osservando. Udii che diceva ad un suo compagno: «Questi non è morto».

«Chi siete voi?...» io gli chiesi.

«Ufficiale d'ambulanza....» egli mi rispose, e soggiunse, «dove siete ferito?...»

«Io non so nulla....» risposi. Egli mi esaminò attentamente, poi parlò in tedesco con coloro che lo assistevano, e fui alzato da terra ove stavo come sepolto fra il sangue, la polvere, le macerie, i corpi morti e i feriti delle altre vittime.

Allora al primo movimento incominciarono i dolori alle mie ferite, dolori acutissimi ai quali avrei preferito la morte. Mi collocarono in un carro d'ambulanza, solo italiano fra croati feriti e moribondi, e fra gli spasimi i più atroci, dopo un eterno viaggio notturno, nel quale ogni scossa mi faceva credere che fosse l'ultima che potrei sopportare, giungemmo all'ospitale di Belluno, ove fui portato più morto che vivo in una sala piena di letti e d'infermi, che mandavano gemiti dolorosi. Mi rammento appena come d'un sogno d'aver veduto a tagliare in fretta gambe e braccia che venivano gettate lontano, raccolte e trasportate da infermieri. Venuta la mia volta mi furono estratte delle palle, fui lavato e fasciato, ma non avendo ossa fratturate non ho subìto amputazioni. Però non ebbi nemmeno il tempo di pensare ai miei casi, ed una grave malattia mi tolse i sensi per molto tempo.