Quando mi risvegliai come da un lungo letargo, tutto era finito in Cadore, ma io rimasi ancora su quel letto sfinito di forze, e come in fine di vita, incapace di concepire un'idea, smemorato, nell'impossibilità di pensare a dar l'annunzio del mio stato alla famiglia. Vedevo bene come da un'altra vita Maria, i miei genitori, gli amici, ma tutto confuso come in un mondo fantastico, fra le nuvole, senza rendermi conto precisamente di nulla. Finalmente la forza della gioventù, il vigore della mia costituzione, prevalsero nella lotta colla morte, e a poco a poco riebbi i sensi, vidi più chiaro, cominciai a rammentarmi i fatti trascorsi, a comprendere la mia posizione, ma talmente sfinito di forze che mi mancava l'energia necessaria a chiedere o a volere qualche cosa. A poco a poco le piaghe di varie ferite si andarono rimarginando, ed io riprendevo qualche forza. Il mio più vivo desiderio era di far conoscere il mio stato alla famiglia, ma non sapevo a chi indirizzarmi; fra gl'inservienti dell'ospitale non conoscevo nessuno, non ero circondato che da stranieri che non m'intendevano; i medici e gl'infermieri erano tutti tedeschi, quest'ultimi poi avevano maniere d'aguzzini e mi facevano ribrezzo; mi avevano rubato il denaro e l'orologio, e non avevo più un soldo.

Quando cominciai a stare un po' meglio entrò nell'ospitale un nuovo medico assistente che parlava qualche parola d'italiano, e potei comprendere da lui che ero considerato come prigioniero di guerra, e che non ero conosciuto che per un numero, non avendo potuto sapere il mio nome nello stato nel quale venni raccolto. Appena fui in caso di scrivere due righe lo pregai che volesse farmi il favore di far sapere alla mia famiglia che ero ancora vivo, e che mi trovavo ammalato in un'ambulanza militare di Belluno. Mi fece dare il necessario per scrivere, e fu tanto cortese da incaricarsi egli stesso di gettare la lettera alla posta.

Tre giorni dopo mio padre era al mio letto, e mi portava i baci di mia madre e di Maria. Tutti mi avevano pianto per morto. La mia emozione fu grande e pericolosa, e seguita da un deliquio. Ripresi i sensi, mio padre mi teneva per mano raccomandandomi di star tranquillo. Il medico lo aveva assicurato che io non aveva bisogno che di quiete per riacquistare le forze perdute. Egli aveva ottenuto il permesso di visitarmi ogni giorno, ed anche di ricondurmi a casa appena fossi stato in caso di ritornare al mio paese. Alla terza visita quando mi vide più calmo e più forte, mi annunziò con infinite precauzioni la morte del povero Isidoro, la disperazione di Maria, la sua avventura a Rendimera, le lagrime versate per la mia scomparsa.... e mi disse che tu eri a Venezia, sano e salvo, sempre fedele al tuo dovere, malgrado le tenaci opposizioni dello zio. Il vivo desiderio di rivedere Maria, e di riabbracciare mia madre, affrettò la mia guarigione. Mio padre aveva scritto alla famiglia annunziando il nostro prossimo arrivo, e intanto veniva ogni giorno a farmi compagnia, mi raccontava gli ultimi fatti del Cadore, e mi dava del denaro, oh!... sovrumano portento della pecunia!... alla vista delle mie monete d'argento gl'infermieri tedeschi intesero l'italiano, si fecero gentili, e divennero le migliori paste del mondo. Il cibo che mi feci portare dal di fuori contribuì grandemente a mettermi in forze, e non tardò molto ad arrivare il bel giorno della mia liberazione.

Quando abbiamo preso congedo dal medico egli raccomandò a mio padre di tenermi in quiete e riposo, lontano da ogni rumore, e da ogni cura della vita. E finalmente eccoci fuori dalle miserie dell'ambulanza, all'aria libera e al sole!...

— Cameriere un'altra mezzina.... — domandò Michele.

Toccarono i bicchieri, e bevettero facendo un evviva all'Italia.

E dopo una breve sosta, Tiziano riprese il suo racconto.

XII.

Mi ricorderò fin che vivo — egli disse — l'effetto che mi fece il sole, e l'aria aperta delle montagne alla mia uscita dall'afa nauseabonda dell'ospitale. In principio mi pareva di star peggio, avevo gli occhi abbacinati dalla luce, e l'aria balsamica mi dava il capogiro. A poco a poco mi parve di rinascere, e infatti ero proprio come un bimbo, mi mancavano le forze, non potevo camminare senza appoggiarmi ad un braccio che mi reggesse, e dovetti fare il viaggio da Belluno a Pieve in due giorni.

Il primo giorno ci siamo arrestati a Longarone, ove la mia buona madre mi attendeva impaziente di rivedermi. Quale abbraccio fu quello della povera donna, che dopo d'avermi creduto morto, non poteva persuadersi che fossi ancora vivo. Mi stringeva fortemente al seno, e non mi voleva lasciare; e piangeva dirottamente.... per la consolazione di rivedermi!... Poi mi contemplava lungamente e non poteva rassegnarsi di trovarmi così debole, e sparuto da far compassione ai sassi. Quale beatitudine io provai nel poggiare la testa sulle sue spalle.... nell'accarezzare i suoi grigi capelli, nel consolarla colle mie assicurazioni, nel dirle che mi sentiva rinascere all'idea di rivedere il paese.