Mi raccontò che dopo la morte del povero Isidoro avevano adottato Maria, e se la tenevano in casa come figliuola. Quando giunse la mia lettera che mi annunziava ancora vivente e vicino, la loro gioia fu tale che ogni altro pensiero venne dimenticato, ma quando passato il primo slancio di contentezza si cominciò a pensare alla istallazione del reduce, allora la mia buona madre fu assalita da scrupoli che la misero in grave imbarazzo. E infatti quando un morto ritorna al mondo, si capisce che deve recare qualche disturbo. Non si poteva allontanare Maria adottata per figlia, e non si voleva ammettere che prima delle nozze io convivessi colla sposa. Consultato mio padre, egli rispose bonariamente che non ci vedeva inconvenienti, che ci considerava entrambi suoi figli, e che era ben contento di vederci tutti riuniti sotto lo stesso tetto.

Mia madre oppose che la convivenza degli sposi prima delle nozze era vietata dalla chiesa. Mio padre sempre titubante fra la ragione e la fede, sempre tenace alle sue idee, e in pari tempo rispettoso alle credenze della moglie, non sapeva a quale partito appigliarsi, e fu necessario di far intervenire l'arcidiacono per sciogliere l'arduo problema. Egli trovò subito un espediente, e disse:

— Non è possibile di allontanare Maria dal vostro tetto dopo che l'avete giustamente adottata per figlia, e non è possibile nemmeno di violare le leggi della chiesa che non permettono la coabitazione degli sposi prima delle nozze. Ebbene, mi pare che sia facilissimo di combinare le cose senza nessun inconveniente, anzi con vantaggio di tutti. Il convalescente con sua madre vada ad abitare al roccolo di Sant'Alipio; nella quiete serena di quel tranquillo rifugio, nel silenzio e nella pace che gli sono ordinate dal medico, la sua vista non sarà turbata dall'aspetto dei croati. Maria resterà con sior Antonio e la Betta, e dopo le nozze o potrete fare una sola famiglia, o la madre tornerà a casa, e la sposa andrà a coabitare collo sposo, nel roccolo.

Tale decisione fu accolta con piacere da tutti; mia madre non domandava che di starmi vicina, per curare a modo suo la mia salute, Maria era felice di aprirmi la sua casa, che doveva portare in dote; e mio padre fu soddisfatto della buona idea di tenermi lontano dal brutto aspetto dei croati che giravano in paese. Tutti furono dunque contenti. Mio padre venne a Belluno, e mia madre appena avvertita del nostro arrivo fu ad incontrarmi a Longarone, ove abbiamo passato il primo giorno all'albergo della Posta. Maria mi aspettava ansiosamente.

Al mattino seguente ci siamo messi in viaggio per tempo. Nell'aria fresca dei monti sentivo l'alito della patria. La Nina ci condusse allegramente come sempre, col suo passo animoso, mandando i soliti nitriti all'avvicinarsi della stalla. Siamo andati a smontare di carrettina a casa nostra. La Betta ci aperse il portone, e quando mi vide si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo, e teneva le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziare Iddio pel mio ritorno. Bortolo afferrava Fido pel collare, e lo teneva con ambe le mani, per timore che nell'impeto dell'entusiasmo potesse gettarmi a terra, ma la povera bestia faceva sforzi disperati, e mandava guaiti affannosi, sentendosi contrariata nell'espressione del suo affetto, e voleva saltarmi al collo, accarezzarmi, e lambirmi le mani; e poi urlava, perchè la gioia eccessiva rassomiglia al dolore, non solo nell'uomo, ma anche negli animali suoi amici. Abbracciai tutti teneramente, sorpreso di non vedere Maria, la quale credendo che si andasse a smontare al roccolo, stava ad aspettarmi per fare gli onori di casa. Mia madre ed io siamo corsi subito a raggiungerla, e mio padre rimase in casa a sbrigare gli affari più urgenti, che si erano accumulati per la sua lunga assenza.

Ah! Michele! quali sensazioni ho provate in quel giorno!... — e qui tremava la voce a Tiziano, a tal punto, che dovette sospendere il racconto per qualche momento. Finalmente continuò: in piazza di Pieve sventolava la bandiera gialla e nera, con l'aborrito acquilotto bicipide. I croati facevano la guardia. Passammo oltre rapidamente. Io mi appoggiava al braccio di mia madre, e con un bastoncello nell'altra mano reggevo i miei passi. Entrammo nel boschetto dei larici dalla porticina che era aperta, ed eccoci davanti la casa di legno, ove Maria ci aspettava tutta vestita di nero per la morte di suo padre. Quando mi scorse, essa mandò un grido e si precipitò nel mio seno; mia madre ci gettò le braccia al collo, ci strinse insieme, e così restammo qualche tempo, senza poter proferire una sola parola. Poi mi presero una per parte, e sostenendomi con ogni cura mi introdussero nella loggia.

Un bel mazzo di fiori, bianchi e rossi, circondati da verdi foglie stava sul tavolo davanti al canapè, per farmi vedere che il nostro nido s'era conservato italiano, senza macchia e senza paura.

L'aspetto dei noti monti, quell'orizzonte che mi richiamava alla mente tante memorie, quelle piante, quelle esalazioni della terra, quei profumi... e la mancanza d'Isidoro, mi penetrarono il cuore di tante emozioni, che io proruppi in dirotto pianto.

Maria si gettò in ginocchio ai miei piedi e pianse con me, mia madre voleva consolarci, e pianse con noi. Fu un'ora d'amara tenerezza e di dolorosi compianti.

Alfine le due donne mi sedettero da presso, e si cominciò a rammentare la lunga serie dei nostri dolori, ai quali non era possibile nemmeno di aprire uno spiraglio alla speranza, tanto eravamo circondati da luttuose ambascie, e da pungenti sventure!...