Isidoro gli andò incontro, e quando gli fu vicino, stese la destra verso Pieve, gli fece cenno imperioso di ritornare sulla sua strada, dicendogli: — Va subito a casa... Turco a casa subito... ma subito. — Il cane si gettò a terra colle gambe in aria in atto di domandare pietà.
Isidoro era buono, amava Turco come un amico, e vedendo che il cane non cedeva, cedette lui, sorrise, gli perdonò quella strana insistenza, e facendogli segno d'alzarsi gli disse: — Vuoi assistere per forza anche ad una caccia ai croati, ebbene la vedrai.... è meno bella di quella degli uccelli.
Il cane lieto del perdono ottenuto accompagnò costantemente il padrone... e dopo la fatale giornata fu trovato sulla sera che lambiva la fronte del cadavere, ove era passata la palla che lo avea colpito. E quando portarono Isidoro al cimitero, Turco seguì mestamente la popolazione che accompagnava la bara, si coricò sul tumulo che copriva il padrone, nè fu più possibile a nessuno di ritirarlo, nè di fargli prendere qualche alimento, e dopo alcuni giorni morì al suo posto, di dolore, e di fame... fedele oltre la morte!... —
Dopo il racconto di questo episodio, i due amici rimasero lungamente in silenzio, pensando certamente al soldato morto per la patria, al cane morto pel padrone, e a quei tanti misteri che nessuno sa spiegarsi, e a quelle fantastiche spiegazioni che non si osa nè ammettere, nè confutare. E infatti davanti a tante cose che non si comprendono il silenzio è più ragionevole delle ciarle.
Michele, curioso di conoscere la fine della storia dell'amico, lo pregò di riprendere il suo racconto, ed egli continuò:
— La solitudine con Maria... altro io non avrei desiderato al roccolo di Sant'Alipio, ma non poteva rifiutarmi di ricevere le persone che venivano a farmi visita, e a congratularsi della mia ricuperata salute, perchè stavo sempre meglio, e le cure della mia buona madre, e la cara compagnia di Maria, e l'aria pura delle mie montagne mi ridonavano il perduto vigore. L'arcidiacono fu fra i primi a visitarmi; buono e pietoso coi deboli e coi vinti, era dignitoso e severo coi superbi e coi vincitori, egli mi provò colla sua condotta che un prete può essere buon cristiano e buon patriotta ad un tempo. Non sono che i preti sciocchi, e gli ambiziosi, che non sappiano mettere insieme due cose che non possono andar disgiunte — Dio e la patria. Una visita seccante e noiosa fu quella del Consigliere imperiale, che ho dovuto subire per non contrariare mio padre, il quale mi diceva che anche le banderuole sono buone a qualche cosa, non fosse altro che per sapere che vento spira. E il vento spirava terribilmente da tramontana, perchè il consigliere, mostrandomisi dolente della delusione del Cadore, mi assicurava che l'Austria non avrebbe mai a nessun patto cedute le nostre provincie, che giudicava indispensabili alla sicurezza della Germania. Al che io gli rispondeva tranquillamente che questo era un assurdo, e che se un giorno l'Italia diventasse più forte dell'Austria, sarebbe al pari censurabile se pretendesse occupare alcune provincie della Germania per la sicurezza d'Italia. — Io penso, gli dicevo, che ciascheduno ha diritto di essere padrone in casa propria, e nessuno in casa altrui — ed egli mi rispondeva — Questo va bene in teoria!... ma in pratica ogni nazione ha un piede fuori di casa, — ed io conchiudeva — bisogna dunque esser forti per esser liberi, e se tutti avessero fatto come il Cadore, l'Italia si sarebbe liberata per sempre degli stranieri.
Ed ecco la politica che ritornava a martellarmi col ritorno della salute; e appena mi sentii la forza di reggere la spada, mi tornò il desiderio di alzarla contro i nostri invasori.
Nelle ore tranquille io andavo frugando fra i libri di Isidoro per trovare qualche cosa da leggere. La sua piccola libreria non era composta che di opere d'agricoltura, di botanica, di storia naturale, e dei migliori poeti. Egli amava la natura, ne penetrava i misteri, ne ammirava il bello, studiava le virtù delle piante; e godeva di sentire le idee che erano state ispirate dalla bellezza di un fiore. Passava volentieri dalla scienza alla poesia. Egli leggeva o per imparare qualche cosa di pratica utilità, o per sollevare lo spirito al di sopra delle umane miserie. Scartabellando quei volumi leggichiavo qua e là per passatempo, e mi arrestavo a guardare le vignette. Una mattina mi cadde in mano una bella edizione del Tasso, l'apersi a caso e caddi sul canto XVI che lessi tutto d'un fiato da capo a fondo. Dopo uscito dal Seminario non avevo più letto la Gerusalemme liberata, e mi parve assai bella e tanto più meravigliosa in quanto il mio caso rassomiglia in qualche parte al caso di Rinaldo. Anch'io viveva in un giardino incantato, inebbriato d'amore, mentre altrove ferveva la guerra e si decidevano le sorti della patria.
Rimasi tutto quel giorno pensoso ed umiliato, e passando davanti uno specchio che pendeva dal muro della mia camera, mi arrestai a guardarmi. Il mio viso era ritornato fresco e rubizzo, e ne ebbi vergogna come Rinaldo davanti lo scudo adamantino d'Ubaldo; e
«Qual uom da cupo e grave sonno oppresso