Allora, protetto dal buio, e con somma attenzione di non far rumore, si arrampicò sopra un albero, e salì più in alto che gli fu possibile, fino ad un ramo nascosto dalle fronde sottostanti, e sul quale mettendosi cavalcioni poteva riposarsi senza troppo disagio. I tedeschi erano venuti a far legna pel loro rancio, e andavano e venivano con infinite precauzioni, guardando sospettosamente d'intorno. Poco dopo ne giunsero degli altri colle marmitte ripiene, e cominciarono ad accendervi il fuoco d'intorno. Tiziano immobile sul ramo, stanco dalle fatiche del giorno, ma rassegnato a passare la notte in quel rifugio, si assettò alla meno peggio, assistendo dalla sua specola allo spettacolo che gli offriva il nemico. Alcuni soldati soffiavano nel fuoco, chi rompeva legna, chi giaceva sdraiato per terra, borbottando in tedesco coi compagni, e fumando la pipa.
Lo spettatore sull'albero trovandosi al sicuro, godeva quella scena, promettendosi al suo ritorno di raccontare agli amici, che era rimasto fuori della fortezza per andare al teatro, dove da un posto riservato aveva assistito ad una bella commedia intitolata: il rancio notturno dei croati in un bosco.
Ma lo spettacolo incominciò a perdere qualche attrattiva, quando il vento cambiando direzione spinse dei vortici di fumo intorno all'albero del Cacciatore delle Alpi, entrandogli nel naso, negli occhi, nella bocca, col pericolo di farlo tossire, ed anche di asfissiarlo. Per buona sorte sviluppandosi prontamente la fiamma, cessò in gran parte quel fumo, ma si presentò un nuovo pericolo. La luce si diffuse fra gli alberi, e un certo tratto del bosco parve illuminato a giorno. I tedeschi ammiravano il magnifico effetto prodotto dal fuoco in mezzo a quelle piante, che presentavano un ampio spazio circolare rischiarato vivamente, in mezzo alle tenebre profonde. I soldati alzavano la testa, guardavano in alto e d'intorno, in quella rete complicata di rami, ed alzavano le braccia nella direzione di Tiziano, indicando qualche cosa in tedesco. Il povero Cacciatore delle Alpi passò un brutto quarto d'ora. Ad ogni momento gli pareva d'essere scoperto, e gli sembrava di vedere quei selvaggi afferrare i fucili per punzecchiarlo colle baionette e farlo discendere fra le beffe della brigata. Ma la stanchezza e la fame prevalsero alla passeggiera ammirazione, si sdraiarono tutti sull'erba, tenendo in mano la gamella per la cena, che finalmente era cotta. Allora scoperchiate le marmitte, un buon odore di brodo salì alle narici del povero soldato italiano, che non aveva preso cibo dalla mattina, e quelle esalazioni gl'inasprirono talmente la fame, che forse si sarebbe deciso a rendersi prigioniero, se fosse stato sicuro di aver la sua parte del rancio. Ma guardando i ceffi neri di quei barbari, rischiarati dalla luce sinistra del fuoco che si andava spegnendo, gli parve di non essere abbastanza sicuro, e preferiva morire di fame piuttosto di cadere in quelle mani. Poi osservando un bel pezzo di carne nuotante nel brodo, si sentì l'acquolina in bocca, e si mise a pensare se fosse possibile d'impadronirsene con qualche stratagemma. Forse l'apparizione impreveduta ed istantanea d'un fantasma notturno, forse la comparsa del diavolo, sorprendendo di notte in una foresta quel drappello avrebbe potuto metterlo in fuga precipitosa.... Ma il tentativo gli parve troppo audace, e poco sicuro, e guai se non fosse riuscito. In ogni caso, supposto anche un improvviso sgomento che li avesse fatti fuggire, c'era da scommettere cento contro uno che sarebbero fuggiti colla carne, e in tale previdenza non conveniva arrischiare la vita, e lo spettatore digiuno si rassegnò anche a questo sacrificio, e li vide farsi le parti, e divorarle, e trasportare altrove alcune marmitte destinate ad altri soldati che attendevano certamente in altre parti del bosco.
Poco dopo, cambiate le sentinelle, si distesero sulle foglie secche che avevano raccolte, e si misero tranquillamente a dormire.
Durante il silenzio della notte Tiziano non udì altro rumore che il lontano muggito del mare, e il fischio di qualche uccello palustre, e sorpreso dal sonno dormì come gli fu possibile in quell'incomoda posizione.
Prima dell'alba il tamburo tedesco che suonava a raccolta si fece sentire da lontano, i tedeschi si alzarono in fretta, indossarono i sacchi, presero i fucili e le marmitte, e partirono.
Il giovane cadorino mandò un profondo sospiro come se gli avessero levato un peso dal petto, potè stendere le membra aggranchite e dolorose per la lunga immobilità, ma non osò ancora discendere, e stette qualche tempo ad ascoltare, con grande attenzione.
Il suono del tamburo si allontanava, il sole era già alto, e tutti gli indizi raccolti gli facevano presumere che i tedeschi ritirandosi nei paesi vicini avessero abbandonato il bosco, e i suoi dintorni.
Poi il belato d'una pecora che giunse al suo orecchio parve rassicurarlo maggiormente, col pensiero che se i pastori uscivano al pascolo, era sicuro indizio che il terreno circostante si trovava affatto sgombro da soldati.
Scese dunque dall'albero, guardò intorno, ascoltò nuovamente, e non vide nè udì nessuna cosa sospetta, anzi il belato della pecora si avvicinava, e lo rendeva più tranquillo e sicuro. Osservò attentamente sul terreno se gli fosse dato di scorgere qualche avanzo del festino al quale aveva assistito; un boccone di vecchia pagnotta gli sarebbe sembrato un dono prezioso della divina provvidenza; ma non restavano nemmeno le bricciole. Bisognava rassegnarsi per forza, ed avviarsi verso Brondolo, ove non gli sarebbe mancato nessun soccorso. Si incamminò da quella parte, e poco dopo vide la pecora che pascolava tranquillamente al piede d'un albero, alzando talvolta la testa per mandare qualche belato, come se chiamasse le compagne dell'ovile. Tiziano cercò di qua e di là le altre pecorelle e il pastore, per chiedergli qualche informazione, ma invano.