Tiziano sapeva benissimo che le leggi di guerra sono sempre implacabili, e che non aveva nulla a sperare, ma la sua condizione era tanto più terribile quanto più i tedeschi dovevano essere ancora irritati dalla recente sortita di Brondolo, alla quale non avevano potuto impedire quelle numerose requisizioni che erano andate a vettovagliare Venezia. Il colmo poi della sua sventura consisteva nel dover comparire davanti un consiglio di guerra composto da militari battuti in Cadore, e fortemente indignati per le terribili disfatte che avevano subite. Bisognava dunque apparecchiarsi a lasciare il mondo fra breve, ed era vano sperare misericordia.
Con tali pensieri il prigioniero camminava lentamente su e giù nella stanza nella quale era rinchiuso, rivolgendo la mente alle persone più care che doveva disporsi a non vedere mai più!
La stanza nella quale fu introdotto Tiziano faceva parte d'una povera casa rurale, occupata dai soldati dopo la fuga dei coloni. Non aveva nè inferriate nè invetriate, ma imposte rotte dalle quali sarebbe stato agevole di uscire, se le sentinelle non fossero state pronte a tirare al minimo tentativo di fuga. La porta era chiusa esternamente da un catenaccio sconnesso, e senza chiave. Ma si udivano i passi dei soldati che vigilavano attentamente, da ogni parte. La sorveglianza era tanto più rigorosa, quanto doveva essere più breve, essendo evidente che coloro che venivano sorpresi sul fatto a violare le leggi del blocco, restavano poche ore in quella camera, e dopo un breve processo sommario e spicciativo, venivano adossati al muro esterno della casa e fucilati.
— È finita!... pensava Tiziano, seguitando a girare per la camera al barlume che entrava dalle fenditure delle imposte, e dopo qualche tempo, avendo scorto un materasso in un angolo, vi si lasciò cader sopra estenuato dalle violenti emozioni del giorno, che gli abbattevano terribilmente le forze; e pensava:
— Ancora poche ore e sarò morto!... quanto meglio sarebbe stato se una buona palla mi avesse ucciso nel fervore della mischia, o in quel giorno famoso di Ricurvo, o sui forti di Venezia... o nella sortita di ieri!...
Poi rivolgeva il pensiero al Cadore, a Maria ed al roccolo di Sant'Alipio, alla sua famiglia, alla sua povera madre, al vecchio padre infelice, a Michele, alla Gigia, alla gentildonna Marina, a Bortolo, ai commilitoni!... forse nessuno verrà mai a sapere in qual modo ignobile sarò morto!... fucilato in fianco ad un muro, vicino i paludi, nella squallida solitudine, a poco più di venti anni!... senza gloria!... povera patria!... povera Italia, quanti martiri ignoti saranno necessari ancora alla tua indipendenza?... .... Possano un giorno gl'italiani liberati dagli stranieri non dimenticare giammai la tirannide del loro dominio... i martiri che ne furono vittime!... l'umiliazione... la vergogna del paese, espiate con tante lagrime e con tanto sangue!...
E poi tutte queste riflessioni, tutti i nomi e le persone più care gli si confondevano nella mente esagitata, in una specie di sogno d'agonizzante.
Le ore passavano lente, affannose, piene di paurosi fantasmi. Egli ascoltava ansioso ogni calpestio, aspettando il momento di comparire davanti il tribunale di guerra, che doveva condannarlo, e gli pareva di udire la sentenza di morte, di vedere il drappello che lo conduceva all'esecuzione... gli bendavano gli occhi, e traforato dalle palle cadeva....
Rimase tutto il giorno in quella dolorosa aspettativa; i soldati andavano e venivano, in movimento continuo; udiva cambiare le sentinelle, uscire e rientrare le pattuglie, udiva i loro dialoghi tedeschi, e soffriva di non poterli comprendere.
A poco a poco la camera divenne affatto buia, e si avanzava la notte, quando udì ad un grido della sentinella, che tutti i soldati correvano ai loro fucili, ed a mettersi in rango. Allora ebbe un raggio di speranza, credendo ad una nuova sortita da Brondolo, all'arrivo de' suoi liberatori, alla fuga dei tedeschi, ma non tardò molto ad avvedersi della vana illusione. I soldati erano corsi sotto le armi scorgendo da lontano i loro superiori che si avvicinavano, e pensò che il Consiglio di guerra si avanzava per venire a giudicarlo. Allora riflettendo ai continui pericoli delle sorprese che molestavano spesso gli assedianti, comprese benissimo e trovò naturale che durante il giorno stessero in continua sorveglianza, e non si occupassero d'altro, e che si raccogliessero di notte in consiglio di guerra per prendere gli opportuni provvedimenti, o per giudicare gli arrestati in flagrante violazione delle leggi, che venivano poi fucilati al levare del sole.