— Essa vi aspetta a Pieve di Cadore.... quando questa maledetta guerra sarà finita.... Alzatevi e partite.... le direte che il capitano Kasper Kraus ha fatto il suo dovere. Ora non c'è tempo da perdere. Ho mandato le pattuglie a diritta ed a sinistra, voi non avete che a prendere la strada diritta che vi sta dirimpetto, e spero non incontrerete nessuno. Camminate tranquillamente, domani mattina per tempo sarete al sicuro sotto le mura di Brondolo.
Così dicendo il capitano aveva spalancato il balcone, e fatto uscire dalla camera Tiziano, ne aveva chiusa esternamente la porta. Quando giunsero all'uscio della casa, il capitano mise in mano del giovane un fiaschetto d'acquavite, un pezzo di pane, e la spada che gli era stata tolta, e stringendogli la mano, gli disse:
— Addio.... addio.... che il cielo vi salvi.... non perdete tempo....
Tiziano confuso, sgomento, voleva ringraziarlo, ma gli mancavano le parole. Gli strinse fortemente la mano dicendogli:
— Spero che ci vedremo ancora a questo mondo!... la mia riconoscenza.... la mia gratitudine....
— Non perdiamo tempo.... andate.... sempre diritto in questa direzione.... con somma precauzione e prudenza.... non ho mancato di assicurarvi la strada libera.... ma sapete che un accidente impreveduto può cambiare ogni cosa.... se ricadete in mano d'una pattuglia mi sarà impossibile di salvarvi nuovamente. Siate cauto ed avveduto.... io non posso così fare di più.... addio....
— Il cielo vi compensi!... addio!... — e stringendosi nuovamente la mano si separarono.
Tiziano si mise la via fra le gambe, nella direzione indicata; e alzando il fiaschetto alla bocca, sorseggiava ad ogni tratto un po' d'acquavite per riprendere vigore, o inzuppava un pezzetto di pane, e lo mangiava camminando. Al minimo rumore si fermava, non osava tirare il fiato, si accoccolava dietro una pianta od un rialzo di terreno, e non riprendeva la via che quando era ben sicuro che non c'era pericolo.
Il capitano non rientrò in casa, ma scomparve dalla parte opposta per un sentiero che penetrava nelle campagne. Al mattino seguente, ritornando al corpo di guardia, trovò il sergente furibondo per la fuga del prigioniero e finse di dividere la sua collera, ma gli fece osservare che alla guerra bisogna sempre tener conto dei fatti principali, e non curarsi troppo degli accessori. E facendolo sedere al suo posto nella camera d'ufficio, gli dettò il solito rapporto sugli avvenimenti della notte, annunziando al Consiglio di guerra che avendo avuto relazione dagli esploratori che si tentava un colpo per far entrare a Venezia delle provvigioni, egli era stato costretto di mandare in pattuglia tutti gli uomini disponibili nei siti indicati dalle spie, nel qual tempo il prigioniero essendosi senza dubbio avveduto della partenza dei soldati aveva aperta la finestra ed era fuggito. Appena avvedutosi della fuga dell'arrestato aveva spedito nuovamente i suoi soldati per dargli la caccia, e non disperava di rintracciarlo, per farlo tradurre immediatamente davanti al Consiglio di guerra.
Intanto Tiziano proseguiva la sua strada, guardando da ogni parte se vedesse comparire da lontano qualche pattuglia. Camminò tutta la notte col vigore d'un uomo che fugge la morte, e giunse sull'alba davanti un canale tortuoso che attraversava le paludi. Osservando attentamente da lontano vide una macchia nera che si muoveva nell'acqua. Sospettando un pericolo si mise in agguato nascosto fra i canneti, e non tardò ad avvedersi che era una barca, che si avanzava lentamente alla sua volta. Che cosa trasportava quella barca?... forse una pattuglia tedesca che cercava d'impedirgli il passaggio, o una pattuglia italiana che esplorava il terreno?... Dovette aspettare che si avvicinasse maggiormente per riconoscerla. Alfine la riconobbe per una di quelle barche di Chioggia che avevano servito al trasporto delle requisizioni. Quale era lo scopo di quella imbarcazione che si avventurava con tanta audacia in mezzo ai nemici?... S'avviò da quella parte per incontrarla, e quando le fu vicino interrogò i barcaiuoli dai quali seppe che venivano alla ricerca d'un certo Giacomo Croda che il giorno della sortita di Brondolo era giunto troppo tardi, ed avendo trovato tutte le barche piene non potè caricarvi due buoi requisiti, nè aveva voluto abbandonarli. Lasciato sul terreno coi suoi animali, non si era più veduto, e si tentava di rintracciarlo colla speranza che non fosse caduto in mano del nemico. Alcuni esploratori erano sparsi in varii punti delle paludi pronti ad assicurare i barcaiuoli d'ogni sorpresa, annunziando l'avvicinarsi delle pattuglie nemiche, con segnali convenuti. I barcaiuoli speravano al primo indizio di un pericolo di giungere in tempo di mettersi in salvo colla barca sotto la fortezza di Brondolo, e in caso disperato erano decisi di abbandonare la barca e di fuggire a piedi. La speranza d'una ricompensa generosa, il piacere di giovare a Venezia, la stessa voluttà del pericolo li spingeva ad ogni audace tentativo. Ogni giorno raccoglievano degli uomini dispersi nella sortita, e non disperavano di rintracciare anche il contrabbandiere smarrito.