Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.
Cominciò le più serie meditazioni sul libro di cucina, e qualche modesto tentativo riuscito abbastanza bene lo animò a proseguire la prova. E quando ritornava dallo studio entrava in cucina, ordinava i preparativi alla Betta e poi sorvegliava la cottura. Metilde mangiava con grande appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene faceva degli elogi che lo incoraggiavano sempre più a perfezionarsi in quest'arte benefica.
Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore, [pg!272] il quale mantiene la concordia, e la piccola famigliuola si trovava benissimo della riforma. Silvio ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con buoni cuochi, andava a vederli al fornello, domandava informazioni, suggerimenti, consigli, s'indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere delle ricette di piatti squisiti. Scrisse una lunga lettera a suo cugino di Brianza pregandolo di mandargli una informazione precisa sul modo di fare il risotto alla milanese e i maccheroni al sugo. Nelle lettere alla nonna non parlava d'altro che di cucina, la pregava d'insegnargli a fare i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.
Quando l'avvocato Ruggeri era chiamato fuori di Venezia per qualche affare, Metilde invitava a pranzo la mamma, dicendogli:
—Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se ne intende, e ti farà gustare un pranzetto delizioso;—e poi s'indirizzava al marito:—Ti raccomando quella fritturetta che sai; il pollo in fricassea, e la charlotte.
—Basta che siate esatte per le sei in punto. Tutto sarà pronto.
Alla solita ora del passeggio, le signore andavano a spasso nei più eleganti abbigliamenti, e il giovane avvocato, corrispondente di parecchi giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna, [pg!273] e rientrava in casa prima del solito. Egli aveva capito che non poteva fidarsi della Betta nemmeno nelle cose secondarie, e preferiva di far tutto da sè. Si metteva in maniche di camicia, cingeva il grembiale, si avvolgeva in testa un fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere e dalle faville. Puliva il tavolo con un cencio, gettava il carbone nei fornelli, e agitava la ventola per apparecchiarsi il fuoco necessario. Poi andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva sul ceppo, le tagliava e apparecchiava regolarmente, con tutte le cure e tutti gl'ingredienti indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il battuto di cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava lo stufato. Dopo ammannite le vivande e infilzati i polli allo spiedo approntava il girarrosto, e sorvegliava con occhio vigilante tutte le cotture. Le varie esalazioni della cucina spandevano intorno un odore eccitante; e tutte quelle voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi recipienti, tutte le note basse od acute dell'ambiente armonizzavano fra loro e formavano una sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del fuoco accompagnava come un pertichino il gorgogliare dell'acqua bollente nella marmitta; il friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi nell'olio e lo scoppiettio pizzicato della [pg!274] legna si associavano al suono monotono del coltello che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva il ritornello della soneria del menarrosto che indicava la fermata.
Le signore rientravano all'ora fissata; mettevano timidamente la testa entro la porta della cucina, ma scappavano via subito spaventate dagli odori. Silvio si avanzava per avvertirle che tutto era pronto, faceva il saluto militare colla mestola, e si metteva a passare il brodo dallo staccio per la minestra.
Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio di Maria di passare qualche giorno a Venezia con suo marito.
Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e studiava dei pretesti per non alloggiare i cugini, ma Metilde gli fece comprendere la impossibilità di lasciarli andare all'albergo, e lo obbligò a rispondere che tutto era pronto per riceverli, e che tanto lui che sua moglie avrebbero un gran piacere a vederli.