—Dall'attenta osservazione. Ho fatto un esatto studio comparativo fra il vostro domestico e il vostro somaro, e mi risulta che Martino è superiore a Pasquale in tutti i punti. L'asino è buono e Pasquale è crudele: l'asino è sobrio e Pasquale è un ghiottone; l'asino è paziente e Pasquale è violento; l'asino è onesto e Pasquale è un briccone; l'asino è pacifico e Pasquale è un accattabrighe; l'asino è utile e Pasquale è dannoso, l'asino è riconoscente e Pasquale è un ingrato....

—Queste sono tutte verità indiscutibili!

—Dunque la mia teoria è stata un errore! che ha ingannato una lunga esistenza....

—Consolatevi, forse la vostra teoria non è sbagliata quanto può sembrare a prima vista. Voi conoscete la legge delle compensazioni. Applicate questa legge al vostro caso; se vi sono degli uomini [pg!302] che si possono mettere senza scrupoli al di sotto degli asini, ve ne sono di quelli che bisogna metterli molto al di sopra, molto più in alto, ed è forse per questo che si chiamano uomini superiori! Ebbene le due eccezioni si compensano fra loro; e resta la grande maggioranza del genere umano, che dà perfettamente ragione alla vostra teoria.

La loro conversazione fu interrotta da un rumore della stanza vicina. Poco dopo Pasquale spalancò la porta che metteva al piano superiore, e videro entrare Andrea e Maria che portavano in un seggiolone la nonna paralitica. Il medico aveva ordinato di farla alzare dal letto, di vestirla, di trasportarla al pian terreno, ove l'aria balsamica del giardino, le avrebbe fatto del bene. E infatti essa guardava attorno con sguardo curioso, e meno triste. Pareva che la povera donna sorgesse dal sepolcro, tanto era pallida e magra, e che ritornando fra suoi diletti, rivedesse con piacere i cari volti del figlio, dei nipoti, dell'amico, e quelle pareti che le raccontavano una lunga storia di ansie e di dolori, di affanni, di lagrime, temperate appena da qualche raggio fuggitivo di gioia, da qualche bel giorno sereno fra le burrasche della vita.

Tutti le furono intorno con congratulazioni ed [pg!303] auguri. Essa ascoltava e mostrava di comprendere, ma non poteva rispondere che con un sorriso ed una lagrima, muoveva anche le labbra, ma la parola usciva confusa e incomprensibile. La mano paralitica era sostenuta da un fazzoletto assicurato alla spalla, l'altra che poteva muoversi la teneva appoggiata affettuosamente sulla testa di Maria, come una santa benedizione che invocasse il cielo per lei.

—Povera donna! esclamava Gervasio, asciugandosi una lagrima col dorso della mano, tanta operosità, tanta vita, ridotte in questo stato!...

—Se possiamo conservarla così, rispose Maria, tenerla con noi, consolarla ed assisterla, non abbiamo diritto di lamentarci. Quando penso che potevamo perderla per sempre, ringrazio Iddio di avercela conservata, anche in questo stato.

Pasquale che era uscito, ritornò poco dopo con una lettera.

Metilde teneva informata esattamente la famiglia, sulla salute dei suoi ammalati che andavano migliorando. La febbre e le sofferenze di Silvio erano assai più miti, egli domandava continuamente della sua famiglia lontana. Chiamava suo padre, la nonna, Maria, e li pregava di scrivere. La piccola Camilla ricominciava a zampettare, e rideva quando le facevano il bausette, ma talvolta [pg!304] la sua faccina si alterava tutto ad un tratto, e le uscivano dagli occhi dei lucciconi che mostravano le sue sofferenze. Saranno i vermi, il medico non sa che cosa ordinarle, ma ci dice di sperar bene. «Questa parola sperare, che dovrebbe consolarmi, mi fa paura, scriveva Metilde; ogni speranza ammette un dubbio, che nel mio caso è spaventoso. La povera bimba è molto esile, delicata, i suoi lamenti che non posso tradurre nè intendere mi mettono alla disperazione. Ah! se potessi indovinare che cosa domanda! le darei l'anima mia. Sento che se dovessi perderla non avrei più la forza di vivere. Se Maria potesse darmi un consiglio, aspetto ansiosamente le sue lettere.»