Tutte quelle frasi lambiccate potevano riassumersi in poche parole; ma egli divagava lungamente per persuadere che a questo mondo bisogna morire, specialmente dopo qualche insulto apoplettico. La morte della nonna era tutt'altro che inaspettata, anzi tutti erano sorpresi che la povera paralitica potesse tirare più in lungo. Ma [pg!318] la vita le fu prolungata per le cure affettuose di Maria. Alfine dovette soccombere ad un ultimo attacco decisivo. Maria poteva dire di aver perduto sua madre, e infatti nessuno tentava di consolarla.
La povera vecchietta paralitica era più che rimbambita, ma la nipote la sorvegliava con tenerezza, e sperava che le sue cure affettuose l'avrebbero conservata ancora per lungo tempo. Il sorriso benevolo della nonna la ricompensava largamente di tante fatiche, e la sua morte lasciava un vuoto spaventoso nella casa Bonifazio, e nel cuore figliale della nipote.
La perdita della madre adorata, la desolazione straziante di Maria, le lagrime e il lutto di tutti diedero l'ultimo crollo anche a papà Gervasio, già infiacchito dagli anni e dalle amarezze, e consunto dalle sofferenze intestinali, che lo molestavano da lungo tempo.
Si mise a letto, fece chiamare il maestro Zecchini, come il più vecchio amico di casa, e colla sincera effusione d'un animo affranto, gli confidò i suoi presentimenti e le sue disposizioni.
—Mi sono tenuto in piedi colla forza della volontà, egli disse; fino che viveva mia madre le dissimulava le mie sofferenze, perchè leggevo l'inquietudine nel suo sguardo incerto e vagante, [pg!319] e non volevo aggravare il suo stato mostrandole di star male. Ma sento che la mia fine si avvicina, ho dei doveri da compiere, vi prego di farmi venire un notaio.
—Appunto perchè soffrite da molti anni io spero che il male non sia grave, e che la vostra vita sarà prolungata per il bene di tutti, gli rispose il maestro; ma siccome il far testamento non fa morire nessuno, così io vado a cercare il notaio, e vi approvo; ma lo condurrò senza che la povera Maria se ne avveda; essa non ha bisogno d'altri dolori.
E così fu fatto. Papà Gervasio dettò il suo testamento, e dopo la partenza del notaio, pregò l'amico Zecchini di scrivere un'altra lettera a suo figlio, annunziandogli che le sue sofferenze si erano aggravate, che desiderava vederlo ancora una volta prima di morire per dargli l'ultimo bacio e la sua benedizione.
Il maestro sapeva che Silvio cominciava appena la convalescenza della grave malattia sofferta, e vedeva d'altronde che le apprensioni di Gervasio erano esagerate; scrisse dunque in modo da non spaventare nessuno, annunziando il desiderio del padre, facendo vedere che non c'era urgenza, e che sarebbe stato bene di prendere delle misure per restare in campagna qualche [pg!320] mese colla moglie, per tener compagnia al padre infermo, e in pari tempo per rimettere perfettamente in salute anche Silvio, coll'aria pura ed elastica della villa, durante la bella stagione.
Questa lettera giunse a Venezia qualche giorno dopo di quella che annunziava la morte della povera nonna, e aggravò il dolore sofferto, lasciando sospettare, malgrado le attenuazioni del maestro, la minaccia d'una perdita ancora più dolorosa.
—Le disgrazie sono come le ciliegie, diceva Silvio; non vengono mai sole, e quando cominciano non finiscono più!