Silvio con faccia da scimunito non capiva niente, non poteva penetrarsi della gravità di quello scandalo, e le rispose in aria sprezzante che la sua osservazione era una vera sciocchezza.

Metilde lo guardò con sorpresa, non insistette; era perfettamente convinta che suo marito avrebbe sempre approvati tutti gli errori della cugina, diventando anche impertinente; quella indulgenza non aveva limiti, e lo rendeva cieco.

Papà Gervasio, passato il primo momento di soddisfazione, che pareva avergli giovato, ricadde subito in profondo abbattimento. Il medico non dissimulava il lento, ma inesorabile progresso del male.

L'inappetenza completa rendeva difficilissima la conservazione delle forze che andavano scemando. Maria si scervellava nella ricerca di tutti gli artifizi possibili per ammannirgli qualche cibo [pg!328] che non ripugnasse al suo stomaco delicato. Faceva dei brodi ristretti dorati, trasparenti, delle gelatine che mettevano appetito al solo vederle.

Anche Silvio dopo la malattia era macilento, aveva il viso smunto, affilato, si sentiva molto debole.

—Mangia della carne, gli diceva Metilde, se vuoi riprender le forze.

Maria non era di questa opinione.

—I convalescenti, essa osservava, digeriscono male, bisogna sostenerli con cibi sostanziosi, ma leggieri,—e gli apparecchiava dei tuorli d'uova sbattuti nel Marsala; gli dava di quelle gelatine e di quei brodi che apparecchiava per papà Gervasio.

Quando Silvio cominciò a sentire appetito, Maria lo teneva a stecchetto, non lo lasciava mai mangiare il suo bisogno. Gli apparecchiava delle cervelline fritte, in agro-dolce, e delle salse piccanti che gli facilitavano la digestione. Lo teneva corto di pane, gli mescea dell'acqua nel vino, malgrado la sua opposizione, portava via il formaggio dalla tavola, ad onta dei suoi spergiuri.

Metilde trovava quelle attenzioni esagerate e ridicole, li canzonava tutti due; diceva ch'egli simulava le smorfie del bambino per farsi medicare dalla dottoressa di cucina. [pg!329]