Una febbriciattola insidiosa continuava a minare la vita del povero papà Gervasio, il suo ventre si gonfiava, aveva la pelle e le mani secche, era angustiato da una sete continua, e la nausea gli rendeva odioso anche il brodo migliore. Maria gli faceva gustare delle conserve di frutta, delle gelatine profumate di ribes e lampone, trasparenti come il cristallo; teneva sempre pronte delle spremute di limone e di arancio, apparecchiava del latte d'amandorle, e di semi di popone.
Silvio mostrava desiderio di aver la sua parte, ma essa lo persuadeva che per lui non erano opportune, e gli faceva bere di preferenza qualche bicchierino di vino vecchio.
Metilde osservava tutto in silenzio, lavorando all'uncinetto. Quel lavoro quasi meccanico permette alla donna di raccogliere i suoi pensieri, di discuterli tacitamente, senza distrazione, rimuginando nel cervello i più minuti particolari della vita.
Quella casa era ben cambiata dal primo tempo del suo matrimonio, quando essa regnava con potere assoluto sull'animo di tutti i parenti che andavano a gara per compiacerla, e nel farle omaggio. I più vaghi fiori, e le migliori frutta del giardino erano per lei. Alla colazione ed al pranzo essa trovava ogni giorno davanti il suo [pg!330] piatto un vasetto snello di vetro opalino di Murano colle più belle rose sbocciate al mattino, di tutte le varietà, d'ogni gradazione di colore dalla porpora al carminio, dal giallo d'oro al candido perfetto. Ce n'erano d'orlate, di variegate, di punteggiate, di vellutate e di lucenti come il raso. Formavano l'orgoglio di papà Gervasio, ed erano la sua offerta giornaliera.
In quel tempo felice Silvio la adorava, le usava le più delicate attenzioni, le procurava ogni distrazione possibile, il passeggio, le gite in carrozza o in ferrovia nei paesi vicini. La povera nonna temeva sempre che le mancasse qualche cosa, le offriva tutto quello che poteva farle piacere, si affaticava per servirle ogni giorno un pranzetto appetitoso. Gli amici di casa venivano a farle visita, tutti i domestici erano occupati per lei, eppure trovava la campagna noiosa. Immaginarsi adesso!...
Adesso tutto era tristezza, l'ombra della morte era passata sulla casa.
Il pianterreno era silenzioso e deserto, il primo piano attristato dalla malattia; alla gaie vesti di sposa era succeduto il bruno del lutto, ai piaceri svariati la vita monotona, alla primavera l'autunno, all'amore ridente il truce fantasma della gelosia. [pg!331]
Il medico veniva due volte al giorno, e partiva colla testa bassa; il parroco si presentava alla porta per vedere se era venuto il momento anche per lui; un'aria di profonda malinconia dominava la casa, tutti portavano sul volto le traccie delle perdite recenti, e l'apprensione dell'avvenire. Perfino i canarini mutavano le penne, e non cantavano più. Il solo indifferente a tutto quel cambiamento di scena era Mumut, il vecchio gatto di casa, il quale continuava impassibile a presentarsi al balcone della cucina all'ora consueta, e nella beata aspettativa del pasto schiacciava un sonnellino, e faceva le fusa. Tutto il resto pareva colpito d'una immobilità spaventosa. La statua in gesso di Napoleone, colle braccia incrociate sul petto, era coperta dalla polvere degli anni e dell'abbandono, e guardava sempre ad un punto fisso.
I ritratti dei generali imitavano il loro imperatore; le battaglie appese ai muri, coi loro morti e i feriti, e i reggimenti all'attacco, aspettavano invano la ritirata o la vittoria.
Metilde passeggiava lentamente, osservando ogni cosa, e passava da una stanza all'altra, mandando dei lunghi sospiri.