—Almeno, egli aggiunge, state tranquilli fino alla finale catastrofe che vi attende, e che pur troppo non è molto lontana.
E infatti il male si aggravava, e la febbre sempre più forte consumava il malato. Maria era instancabile, gli somministrava esattamente i rimedi nelle ore prescritte, senza sgarare d'un minuto, gli risparmiava le più leggere emozioni, gli evitava il più piccolo rumore, girava intorno al letto in punta di piedi, sorvegliando attentamente i minimi cenni dell'infermo. Gli cambiava l'aria della stanza senza molestarlo con luce troppa abbagliante, gli asciugava il sudore della fronte, [pg!338] gli ravviava i capelli scomposti. Fino che conservò i sentimenti volle vedere ogni giorno gli alberi del parco; Maria gli metteva dei cuscini sotto la testa, ed apriva le finestre. Egli guardava cogli occhi languenti le foglie appassite dell'autunno, aspirava con avidità l'aria esterna che entrava a ondate odorose.
Maria gli portava dei fiori, le rose rifiorite, gli ultimi crisantemi, o le prime viole del pensiero seminate in agosto; egli mostrava piacere, e domandava conto degli animali e delle piante più care, fra le quali aveva passate le ore migliori della vita. Maria pensava a tutto e a tutti, con calma serena, senza confusione fra le molteplici brighe, con quel sorriso degli occhi che indicava la bontà e la pazienza, anche sul volto illanguidito dalle fatiche, anche coi lineamenti resi malinconici dalle amarezze e dai disinganni della vita.
Un giorno l'ammalato perdette la parola, ma parlava ancora cogli occhi, poi anche questi s'intorbidarono, si fecero vitrei, immobili e senza luce, le occhiaie divennero livide, i zigomi prominenti, la bocca pareva più grande, e cominciò il rantolo dell'agonia.
Metilde ne ebbe paura, e fuggì dalla camera per non più rimettervi il piede, Maria rimase [pg!339] ferma fino all'ultimo istante, umettando le labbra inaridite del moribondo, con una penna bagnata nel vino di Marsala, e accompagnando le sue preghiere a quelle del prete.
Silvio teneva nella sua mano quella del padre, e gli asciugava i sudori della morte. Quando spirò, gli chiuse gli occhi con una pezzuola ripiegata, e raccolse fra le braccia la cugina svenuta.
La portarono nella sua camera, ma quando ricuperò i sensi era tanto sfinita che dovette mettersi a letto.
La sua assenza di poche ore fu segnalata a tutti da qualche privazione.
Il fuoco della cucina rimase spento fino a tarda notte. Nessuno si sarebbe occupato del pranzo, se l'appetito non avesse deciso Pasquale ad approntare qualche cosa. C'era un po' di brodo, ma era insufficiente per tutti. Pasquale si bagnò una buona zuppa, poi aggiunse dell'acqua al brodo che avanzava e fece la minestra pei padroni. Si prese la parte migliore di tutto ciò che rinvenne in dispensa, e servì il resto sulla tavola della famiglia. Quel giorno Andrea si astenne dall'abuso del vino, e Pasquale diede fondo alle bottiglie quasi piene che rimasero sulla tavola. Si dimenticò di dare l'avena a Falcone e a Martino; i [pg!340] polli ed i colombi rientrarono al pollaio e in colombaia senza l'ultima porzione di becchime, e i conigli rimasero senza cena.
Argo coricato ai piedi del letto di Maria, la contemplava tristamente, di tratto in tratto alzava una zampa sul materasso richiamando la sua attenzione; essa gli faceva una carezza sulla testa, ed egli mandava un gemito. Andrea apportò in camera qualche cibo per sua moglie, che essa respinse con ripugnanza; il marito lo sporse al cane, che voltò la testa da un'altra parte, rifiutandosi di mangiare. Le fantesche di casa andavano e venivano dalle stanze, sbalordite, dimenticando i soliti uffizi.