Andrea faceva osservare che l'eredità di sua moglie si riduceva ad una abitazione troppo grande, con poche rendite e molti passivi, per le spese di manutenzione delle fabbriche e degli animali. Metilde domandava l'inventario per vedere che cosa restava dopo pagati i debiti che gravavano la parte di suo marito.
Il maestro Zecchini fu pregato di assumere l'incarico delle divisioni; e quantunque si aspettasse un risultato poco soddisfacente, pure non volle rifiutarsi per la fiducia che tutti gli dimostravano, invocando la sua lealtà e l'antica amicizia.
Metilde annunziando alla sua famiglia la morte del suocero, e il testamento, pregava sua madre di pazientare ancora per qualche tempo, non essendo possibile di abbandonare la villa al momento delle divisioni, alle quali attendeva il marito con grande assiduità, perchè dal loro risultato dipendeva l'avvenire, nessuno essendo in caso di giudicare l'importanza dell'eredità prima di conoscere le rendite e le passività, e di aver esaminato i mutui, che restavano tutti a carico di suo marito, il quale aveva avuto la dabbenaggine di accettare l'eredità senza benefizio d'inventario. E su questo punto aveva avuto delle diatribe piccanti con Silvio, che non voleva lasciarla parlare [pg!344] di benefizio d'inventario, dicendosi rassegnato a qualunque pretesa capricciosa della moglie, meno che a far torto alla santa memoria di suo padre, e all'onore intemerato della famiglia.
Maria non intendeva niente alla necessità delle divisioni, e diceva a suo cugino:
—Perchè ci dividiamo? Non possiamo restare uniti come fecero i nostri genitori? Non possiamo abitare la casa in comune come abbiamo fatto fino adesso? Io userò tutte le economie possibili in famiglia, tu amministrerai la sostanza, e in pochi anni potremo pagare i debiti, e ritornare come prima. Se vuoi ritornare a Venezia pei tuoi affari, e per far piacere a Metilde, che sta in campagna per forza, le vostre camere saranno riservate, potrete venire qualche giorno in primavera, un mese d'autunno, noi andremo a visitarvi a Venezia, e così ci vedremo sovente. Non ti fa piacere che ci vediamo?
—Cara Maria, rispondeva Silvio, se dipendesse da me solo non vorrei lasciarti un momento, io non sono felice che in questa casa ove ho passata la mia gioventù in tua compagnia. Ah! quelli furono gli anni felici! e come sono passati!... ti ricordi le nostre merendine nel nido?...
—Quando tu avevi paura delle bisce....
—Ero un vero imbecille!... [pg!345]
—Eri un galantino!... sei sempre stato così... ti sono sempre piaciuti i bei vestiti, i goletti e i polsini inamidati....
—Che frivolezze!... è ben vero!... sono stato troppo leggiero; la fatuità fu la mia rovina!.... Quanto sarebbe stato meglio se avessi ascoltato mio padre, e fossi tornato a casa dopo gli studi...