—Io credo, gli rispose mestamente Maria, che nessuno a questo mondo possa realizzare i propri sogni, che nessuno sia completamente felice. Nella ingenuità degli anni giovanili si spera l'impossibile, si travede una vita color di rosa, come quelle figure che abbiamo ammirate sul muro da fanciulli, [pg!350] prodotte dalla lanterna magica, ma quando il lume si spegne il muro ritorna bianco; la realtà è molto diversa dalle ubbie giovanile... ma è inutile lamentare le illusioni perdute.... perchè non erano che illusioni. L'esperienza ci mette davanti la verità, e bisogna contentarsi del proprio stato, e rassegnarsi al destino....

Così dicendo si alzò, quasi avesse timore di dire troppe cose, o di udirne, e uscì rapidamente dalla stanza, lasciando Silvio in una agitazione morbosa, fra il rimorso e la speranza, deplorando le aberrazioni del passato, e cercando il modo di riparare i suoi falli.... forse con nuovi errori!... [pg!351]

[XIX.]

I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.

Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.

La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello della emancipazione [pg!352] dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.

Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi intieramente al giornalismo.

Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo, potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.

La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente: [pg!353]

«Carissimo amico,