Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti sulla condotta da tenersi.

Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.

Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea [pg!356] si lamentava con tutti del testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.

La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.

Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva apprezzare.

Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.

Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non dovrebbe trascurare per simili frivolezze....

—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...

—Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno, [pg!357]

—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...