Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di pronunziare poche parole, e interrotte:
—Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato» l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla mai più!... [pg!362]
—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei genitori.... nè della mia patria.
—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.
—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.
—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.
—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:
—Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...
—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera, sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.
All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.