Maria andava ad appiattarsi sotto quelle ombre, e vi si faceva dei nidi fra i rami, per riposarsi in compagnia d'Argo, un enorme cane di Terranuova, più grande di lei, dal quale era amata colla tenera affezione d'un protettore formidabile, che secondava tutti i suoi capricci, intendeva le sue parole, le serviva di morbido origliere, le lavava [pg!113] il viso colla lingua, e la avrebbe difesa validamente da chiunque le si fosse avvicinato senza il suo permesso.

Maria e il suo cane passavano delle ore deliziose in quei nascondigli, dormivano, rosicchiavano biscotti, giuocavano insieme, e talvolta si udiva lo scroscio cristallino di risa della fanciulla, eccitato da qualche ghiribizzo del suo fedele compagno.

La nonna li lasciava in pace malgrado le censure del maestro Zecchini, il quale odiava quel cane, chè ora gli rubava il berretto per portarlo in giardino, ora gli posava le zampe sporche da fango sui calzoni nuovi, ora tornando dal bagno che aveva fatto nel laghetto andava ad asciugarsi il pelo al suo vestito. Ma la ricreazione della fanciulla non durava tutto il giorno, ed era sovente un meritato compenso alle ore impiegate nel disimpegno delle cure domestiche, delle quali diventava sempre più esperta. Dopo ammannita una vivanda, apparecchiato il pranzo, e messa in ordine la biancheria, fatte le mende, stirato il bucato, la nonna lasciava Maria in libertà, Argo saltava su dal suo giaciglio, abbaiando in segno di contentezza, e i due amici si mettevano a correre per il parco, entravano nel bosco, e sparivano. [pg!114]

[VIII.]

Così passavano i giorni, i mesi, gli anni, senza avvenimenti, in una vita semplice, e relativamente felice. Maria diventava una bella fanciulla, somigliava sempre più alla sua povera mamma, cresceva sana e rigogliosa come le piante del parco. La nonna diventava sempre più vecchia, nei suoi capelli grigi andavano crescendo i fili d'argento, qualche dente spariva dalla bocca, gli occhi le si offuscavano, e già non poteva più lavorare senza occhiali, le prime rughe increspavano la pelle delle tempie.

Il vecchio Mosè dopo la morte del capitano non stava più bene, era come una marionetta alla quale si fossero rotti dei fili che la fanno muovere, egli che non aveva altra volontà che quella del padrone, pareva istupidito dopo la partenza della sua guida. Aveva perduto in gran parte la vista e la memoria, era divenuto sordo e si accasciava sempre più. [pg!115]

Nella sua ultima malattia venne assistito dalle padrone come da due sorelle o da due figlie. La Maddalena insegnava alla Maria come si devono soccorrere i malati, con affezione, con intelligenza, in silenzio, senza far rumori intorno al letto. La fanciulla aveva imparato a fare un brodo speciale per quello stomaco debole, gli alzava la testa con delicata attenzione, lo aiutava a cibarsi, gli somministrava esattamente i rimedi prescritti dal medico.

Dopo lunghe sofferenze, consolate dalle cure assidue e dall'affetto delle signore, il povero vecchio morì benedicendo la casa nella quale era vissuto tanti anni onesto e laborioso, benedicendo le sue padrone che amava teneramente, e lasciando un addio cordiale al suo Gervasio e a Silvio, che si doleva di non aver veduti prima di morire, ma profetizzava che sarebbero ritornati presto alla loro casa, in seno della madre affettuosa. E pronunziò queste parole poco prima di morire, quantunque in fondo non ci credesse gran fatto, ma per finire la vita con un'ultima consolazione e un augurio alla sua buona padrona. E morì povero, avendo sempre soccorso i parenti col frutto delle sue fatiche, senza aver mai abusato della fiducia illimitata dei padroni.

Fu pianto come un fratello, ed ebbe dalla famiglia, [pg!116] che aveva servita fedelmente per tanti anni, gli onori dei funerali e del sepolcro, come se fosse stato uno stretto parente.

Quando il maestro Zecchini, dopo di averlo accompagnato all'ultima dimora, fu di ritorno in casa Bonifazio, per rendere conto della sua mesta missione, la signora Maddalena asciugandosi gli occhi gli disse: