Mostrò un certificato che non lo asseriva nè carne nè pesce.
In pochi giorni si avvidero che era proprio un cretino, e fu rimandato.
Fatte nuove ricerche si presentò un certo Damiano, ciarlone disinvolto che vantava onestà a tutta prova. Raccomandandosi alla padrona che gl'insegnasse ciò che non sapeva, mostrò buona volontà d'imparare. Venne accolto a prova anche lui. Appena entrato in servizio si mostrò svelto e intelligente, ma Argo lo guardava con sospetto, lo fiutava sovente ringhiando, tanto che Maria disse al maestro: [pg!118]
—Argo non è contento di Damiano, se a lui non piace, vuol dire che non può fare per noi...
—Sicuro, le rispose il maestro; gli uomini possono ingannarsi, ma i cani non hanno mai preso un gatto per un lepre. State bene attente, siamo in un tempo che non bisogna fidarsi di nessuno.
E così sorvegliando il nuovo domestico non tardarono ad avvedersi che vendeva l'avena, facendo digiunare il cavallo. Venne congedato. Subentrò Michele, uomo onesto, e abbastanza esperto nel servizio, ma un ubriacone di prima riga. Cesare lo seguì. Non si ubriacava mai, ma era un tal ghiottone che vuotava le casseruole sui fornelli, beveva il brodo e vi sostituiva dell'acqua. Anche questo fu messo alla porta. Ah! povero Mosè come fu rimpianto, come si deplorava la sua perdita ad ogni cambiamento! Finalmente venne Pasquale, un vero macaco, col muso delle scimmie antropomorfe: faccia rugosa, orecchie piatte, narici aperte, labbra sottili e bocca enorme, fronte ristretta, capelli neri ed irti come una spazzola. Aveva i difetti e le buone qualità delle bestie alle quali rassomigliava.
—Galantuomo?—puh! meno ladro degli altri.—intelligente?...—meno balordo.—Laborioso?...—meno pigro. Era suscettibile di qualche riconoscenza, non era impertinente, aveva infatti varie [pg!119] qualità negative, e si rendeva tollerabile per la grande necessità di non cadere dalla padella nelle bragie. E così si tirava avanti.
Intanto Gervasio attendeva in Lombardia la ripresa delle armi, mentre che i diplomatici raccolti a Zurigo si studiavano di fabbricare una pace, come i fanciulli, quando innalzano dei castelli colle carte da giuoco.
Dopo la brutta sorpresa di Villafranca, coll'anima lacerata da doppia sventura, la perdita del padre e della patria, stupido e sbalordito corse a rifugiarsi in Brianza col figlio per versare in seno dei vecchi parenti la piena delle amarezze. Trovò il nonno colonnello sdegnato contro Napoleone, lo diceva indegno di portare il nome dello zio, censurava aspramente la sua condotta come generale in capo, e come alleato. Diceva che l'atroce massacro di Solferino provava la sua inettitudine come strategico, perchè si poteva vincere senza quella immensa ecatombe, manovrando con tattica avveduta, risparmiando il sangue dei soldati, non precipitandoli come una valanga davanti i cannoni e le baionette del nemico. Ma dopo di aver vinto fermarsi a mezza via! non raggiungere la meta solennemente annunziata! era tale atto militare che non aveva nome. Il colonnello invidiava la sorte del genero [pg!120] suo commilitone, che era morto all'annunzio della fatale notizia, e oramai non sperava più di veder realizzato il bel sogno della sua vita, l'Italia indipendente dagli stranieri. Il vecchio soldato affranto dall'età avanzata e dai disinganni vedeva tutto nero, e dopo tanti tentativi falliti non aveva più fede nei suoi concittadini.
Ma Gervasio non credeva possibile la assurda confederazione progettata coll'Austria e col Papa, e calmata l'esaltazione del primo momento, partì per Milano per provvedere all'educazione del figlio in attesa degli avvenimenti.