Milano liberata dagli Austriaci si mostrava soddisfatta e si accingeva a trar partito dalla libertà, fidente nell'avvenire; e intanto si facevano le annessioni.

Silvio si trovava in un nuovo mondo nel movimento elegante di Milano; e quando passeggiava pel Corso si rammentava con pietà i semplici costumi della Bretagna, i cappelli a larghe falde sulle lunghe chiome, i panciotti rossi, le giacchette lunghe, le uose fino al ginocchio, e ricordandosi il clima uggioso, le strade deserte piene di fango, i campanili acuminati sul fondo grigio e nebbioso, era tutto lieto e ambizioso della sua vera patria, e contemplava con viva soddisfazione le candide gugliette del duomo che [pg!121] spiccano con tanta leggiadria sul fondo azzurro del cielo lombardo.

Papà Gervasio e il suo Silvio passarono le vacanze d'autunno in Brianza, in casa del nonno, bisnonno, il quale magro istecchito, rugoso, calvo, ma sempre colla pipa in bocca non era più che l'ombra dell'antico colonnello del primo Napoleone e del terribile Carbonaro del 1821. Però di tratto in tratto agitava ancora le sue vecchie ossa, e sprigionava qualche scintilla di quel fuoco che lo aveva riscaldato negli anni vigorosi.

La politica era sempre il suo discorso prediletto, seguiva tutti gli avvenimenti, li giudicava severamente, ma ricominciava a sperare, prediceva al nipote l'avvenire, e diceva al giovinetto Silvio:

—Tu non avrai più da fare nè il soldato nè il cospiratore. La nostra generazione compirà fra breve l'indipendenza, oramai i destini d'Italia sono evidenti.

Fu nella casetta del nonno in Brianza che Gervasio conobbe personalmente il cugino Alessandro, figlio di Aristide fratello del colonnello, che era morto da qualche anno in Piemonte, ufficiale nell'esercito.

Alessandro aveva seguita la carriera del padre e dello zio, ed aveva fatte le sue prime armi alla [pg!122] battaglia di Solferino, col grado di tenente. Era un bravo giovane, col quale il cugino passava piacevolmente qualche ora, ciarlando dei parenti, e delle faccende del giorno, e poi ne scriveva a sua madre gli elogi. Silvio avrebbe potuto imparare dalla conversazione del giovine ufficiale come si deve servire il paese, ma preferiva giocare alle boccie coi birichini del villaggio.

Invece il giovane Alessandro dava retta allo zio, con rispettosa deferenza, e così questi due individui, senza saperlo preludevano entrambi alla futura generazione del regno, che si mostrò seria nell'esercito; frivola, inquieta e malsana altrove.

Quando i suoi tre nipoti, Gervasio, Alessandro e Silvio gli stavano intorno, il vecchio continuava le sue osservazioni, e i consigli, e diceva:

—Per uscire dalla schiavitù, per infrangere le catene, come Spartaco, ci voleva forza di muscoli, e audacia sfrontata, e non faceva male nemmeno un po' di pazzia. Bisognava arrischiare tutto! ma l'avvenire domanda più forze morali che materiali, e la più seria assennatezza per consolidare la conquista, e far uscire dalla libertà la potenza e la prosperità del paese.