Il periodo eroico sarà fra breve finito, e comincierà l'epoca dell'educazione e dell'istruzione, [pg!123] e allora saranno necessari i caratteri probi e onesti. Al nostro tempo ci volevano dei rompicolli, dei cospiratori, dei furbi, dei maneschi, bastava di avere del sangue nelle vene. L'avvenire abbisogna d'uomini onesti e sapienti, di scienza e lealtà. Le conquiste si fanno colle mani, e si consolidano col cervello.

E mentre passavano gli anni nell'aspettativa, i vecchi cominciavano a cedere il posto ai giovani. La nonna di Brianza morì di vecchiaia, il colonnello la seguì da vicino. La povera Maddalena legata al suo posto dalle cure domestiche, dall'affetto alla sua Maria, divisa dai genitori dal governo straniero, non ebbe la consolazione di rivedere per l'ultima volta i suoi cari vecchi, che passavano da questa vita senza malattie, come lampade che si spengono per mancanza d'alimento.

Il testamento del colonnello fu l'equo complemento della sua vita.

Lasciò la casa e pochi campi d'intorno al nipote Alessandro: «colla certezza che conserverà religiosamente le memorie e le tradizioni domestiche, servendo fedelmente il paese in guerra ed in pace, come i suoi padri, non chiedendo mai verun compenso per aver fatto il proprio dovere.»

Tutto il resto della modesta sostanza spettava all'unica sua figlia Maddalena Bonifazio, rappresentata [pg!124] dal figlio Gervasio nella liquidazione ereditaria, che fu condotta a termine prontamente dall'amichevole accordo dei due cugini.

Mentre avevano luogo questi piccoli avvenimenti di famiglia, un avvenimento clamoroso sorprendeva il mondo. Mille Italiani condotti da Garibaldi conquistavano il mezzogiorno d'Italia, e la patria andava rompendo le barriere che la dividevano in varie parti contro natura; e il famoso punto geografico di Metternich si andava allargando, affermava la sua volontà, e proclamava altamente i suoi diritti.

La Massoneria si annetteva tutte le società segrete, riordinava le loggie disperse, ed esercitava la sua potente influenza sul Parlamento, che avendo dichiarato «Roma capitale d'Italia» attendeva il momento opportuno per occuparla. E dopo ceduta Nizza e la Savoja, in compenso dell'assistenza ricevuta dalla Francia, si trasportava anche la capitale da Torino a Firenze fra le minaccie e le adesioni, le aspirazioni, le proteste, e gli eccitamenti dei vari partiti che bollivano confusamente nella gran fornace della rivoluzione nazionale, per fare l'Italia; come si fondono i metalli di varie specie per ottenere il bronzo di Corinto, per una statua immortale. L'Austria chiusa nel quadrilatero, come un cane alla catena, non [pg!125] poteva più minacciare i vicini, e tutti pensavano che il suo dominio era vicino alla fine. I giornali parlavano con sicurezza dei futuri destini d'Italia, e il popolo manifestava i suoi voti scrivendo col carbone sui muri:—Vogliamo Roma e Venezia—viva Vittorio Emanuele—viva Garibaldi.

L'anno 1866 cominciava con preludi d'inalterabile tranquillità. Si parlava di trattati secreti per la cessione del Veneto; Napoleone, aprendo il Parlamento francese, il 22 gennaio, assicurava che tutto prometteva la pace.

A Milano si celebrava ogni giorno qualche lieto avvenimento, e la giovane generazione cresceva fra i piaceri e le feste. Era una vita allegra piena di musiche, di feste, di bandiere e di entusiasmi. Silvio frequentava di preferenza gli studenti più avanzati di lui, erano giovinotti pieni di grilli, che facevano i critici letterari prima di aver compiuti gli studi, e discutevano di politica andando alla scuola.

Il giovane Bonifazio si sentiva elettrizzato dai suoi compagni, sognava avvenimenti felici per la patria e per sè stesso, si vedeva aperto l'adito a tutte le soddisfazioni, e pensava che un giorno avrebbe preso la sua parte nella vita pubblica, e sarebbe diventato senza fatica, deputato, segretario [pg!126] generale e ministro. Prendeva una posa grave come quella dei ritratti dei grandi personaggi, si guardava nello specchio per vedere se l'aspetto corrispondeva alle sue idee, e si doleva grandemente di non vedersi ancora spuntare i mustacchi. Si era scelto un buon sarto, guidato dal consiglio dei colleghi più eleganti, e pensava che un uomo mal vestito non avrebbe mai potuto raggiungere le altezze ambite nelle sue fantasticaggini. Esigeva dal parrucchiere che la scriminatura fosse netta e perfetta, dalla fronte fino al collo, perchè l'acconciatura del capo rivelasse la finezza del cervello. Il bastonello nella tasca del paletot, e il zigaro fra l'indice e il medio, completavano il giovinotto precoce.