Il babbo lo trovava un po' troppo attillato, ma non osava contrariarlo, vedendo che i suoi compagni di scuola gli rassomigliavano quasi tutti, e non volendo che fosse meno degli altri. Ma non lo abbandonava mai; passavano insieme la sera al caffè ed al teatro, col cugino Alessandro; e il giovinotto doveva contentarsi di vedere il mondo alla superficie, perchè l'oculatezza paterna gl'impediva di seguire i compagni nei loro stravizi.
Nelle ore di scuola Gervasio restava solo, e allora egli andava a passeggiare ai giardini, o visitava gli stabilimenti d'orticoltura, pensando alle [pg!127] terre di famiglia, che un giorno sperava di coltivare a suo modo, e faceva progetti di riduzioni, semine e piantagioni, per quando sarebbe tornato a casa sua. E questo felice avvenimento non poteva tardare.
A tutte le proposte di congressi o di cessioni, gli Italiani rispondevano coll'accrescere e perfezionare l'armamento, e desiderosi di compiere l'indipendenza e l'unità della patria, contrariavano continuamente i segreti maneggi della politica, e i vani progetti della diplomazia, diffidavano delle scaltre blandizie, e non trovavano accettabile nessuna proposta, tranne quella della totale emancipazione dagli stranieri.
Furono inutili le proposte d'un disarmo generale, inutili tutte le promesse e le minaccie, perchè la nazione fremente ed ansiosa si agitava per raggiungere il suo scopo finale, che oramai non avrebbe più abbandonato.
Anche Vittorio Emanuele ambiva di terminare ogni agitazione colle armi alla mano, ed apparecchiava l'esercito; Garibaldi invocava armi e volontari; tutta la nazione voleva combattere. L'alleanza colla Prussia rese possibile la guerra, che finalmente venne dichiarata con generale contento il 20 giugno del 1866. In quel giorno tanto desiderato scomparvero [pg!128] tutte le dissenzioni, tutte le discordie, tutti i partiti; la nazione e il Parlamento furono unanimi. Il re annunziò che riprendeva la spada per la libertà del popolo e l'onore del nome italiano, facendo all'Europa questa solenne promessa: «L'Italia indipendente e sicura del suo territorio diventerà un pegno d'ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale.»
Dopo la battaglia di Custoza l'esercito italiano passava il Po, ed occupava le provincie venete.
Il primo drappello giunse a Treviso il 15 luglio, data incancellabile fra i ricordi più memorabili di questa città. La campana del Comune annunziò l'avvicinarsi dei soldati liberatori, la bandiera tricolore sventolava in ogni casa, le bande musicali suonavano l'inno nazionale, la folla immensa acclamava la libertà, l'esercito, il re con tale entusiasmo che pareva frenesia. Forse il capitano Bonifazio e i morti per la patria scossi dall'aria elettrizzata di quel giorno, trasalirono nelle tombe. [pg!129]
[IX.]
Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti della famiglia si trovarono riuniti.
Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime [pg!130] miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva altra espressione che il pianto.