A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così grandi avvenimenti, così atroci dolori!

Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario domestico.

L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno [pg!131] quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.

La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.

Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa, il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.

Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!

—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla natura!

Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove [pg!132] si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle tradizioni domestiche.

—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.

Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso fu il primo a comparire, e stringendosi al seno [pg!133] Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.