Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava ad entrare in liceo.
—In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende capace di grandi cose.
Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:
—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...
—Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.
Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il [pg!134] babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.
La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.
La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso [pg!135] mentre suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.
All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa folla raccolta un fremito di commozione.
Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo italiano.