Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.
Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.
Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte, [pg!136] c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno alla terra.
Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime soddisfatte.
Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.
Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e [pg!137] conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce fresco e delle ostriche.
Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.
Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra, e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano [pg!138] tutti capricci fantastici d'un genio strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della tavolozza.
La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di [pg!139] pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.
Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa incantevole sirena.