Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:

—Tu non ami Venezia!...

—Anzi mi piace moltissimo, ma.....

—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni che tu disprezzi!...

Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per qualche tempo. [pg!140]

Il buon padre gli promise di contentarlo.

—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica di avvocato a Venezia.

Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in campagna.

Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo. Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.

Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.