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Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.
L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari. Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche precauzionali per [pg!159] guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe, suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli impossibile l'uscita.
E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii, moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero [pg!160] attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa, la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il lusso la vuotava.
L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte. Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni [pg!161] conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per rotondità naturali.
Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia, come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del dottore Annibale nel maneggio degli affari.
Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la mala fede, gl'inganni, le frodi, le [pg!162] rapacità della nostra vita civile forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili artistici, scelti nelle sale di Guggenheim e nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»
Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate, Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti, egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse le buone qualità francesi e italiane, mostrava [pg!163] spirito e ingegno, ed era audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.
Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.
A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore anche alla mamma che [pg!164] la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.