—Che cosa volete dire!... non capisco niente! parlatemi più schietto, dove trovate il denaro per divertirvi?...
—Nella stampa! gli risposero, in questa lupa affamata, che divora ogni giorno tutte le nostre ciarle, che consuma delle montagne di carta manoscritta, ed è sempre insaziabile per quanto inghiotta, e domanda continuamente dei nuovi alimenti, ed è costretta di pagarli. Noi siamo i fornitori della sua cucina.
—Vorrei potervi imitare, ma non sono letterato, non so proprio nulla, non ho mai avuto il tempo di studiare.
—Ma che letterati d'Egitto!... noi non siamo più sapienti di te. Slamo del numero infinito dei corrispondenti, che mandano della materia brutta... ma molto brutta a tutti i giornali del mondo. Non siamo capaci di scriver bene, con ponderazione e misura, ma per improvvisare siamo eccellenti. Chi scrive bene muore di fame, meno rare eccezioni. La stampa paga sempre in ragione inversa del volume. Un grosso volume in ottavo produce meno d'un modesto in sedicesimo il quale è meno pagato d'un articolo. La letteratura [pg!173] mena direttamente al fallimento, il giornalismo è più promettente, e può condurre alla ricchezza. Noi mandiamo ogni giorno le notizie di Venezia alla capitale ed all'estero, e ne ricaviamo qualche profitto. Il nostro uffizio di redazione è la bottega di caffè, dove gettiamo sulla carta tutte le ciarle del giorno, e senza nemmeno rileggere lo scritto lo portiamo alla posta. Non si guadagnano tesori, ma con tre o quattro giornali quotidiani si vive. Basta scrivere ogni giorno qualche novità....
—E quando non ce ne sono?
—Ce ne sono sempre!... È impossibile che Venezia non fornisca qualche argomento alle nostre ciarle. Politica, amministrazione, belle arti, teatri, tutto ci serve. Quando non si sa parlare a fondo di niente, si può scrivere di tutto per sommi capi, degli articoletti divisi come le strofe d'un sonetto. È un genere che piace. È poi affatto impossibile che manchi un argomento piacevole alla cronaca del giorno, un assassinio, un fallimento, un furto, un suicidio, è impossibile che una buona ragazza non faccia uno scapuccio, e ci fornisca la materia per un articoletto verista, è impossibile che un camino non prenda fuoco, che la buon'anima d'uno spiantato non si getti in laguna, che un qualche cassiere [pg!174] non fugga, che il diavolo non metta la coda in qualche sito proibito. In caso disperato, anche senza essere letterati non siamo tanto scemi da non saper inventare una storiella spiritosa, che diverta il pubblico per qualche giorno. Diceva bene Balzac: «pour le journaliste, tout ce qui est probable est vrai.» Noi non abbiamo corrispondenze che con Roma e Milano, ma tu che sei nato in Francia, e scrivi il francese meglio dell'italiano, tu potresti guadagnare moltissimo mandando delle corrispondenze a Parigi.
Silvio afferrò subito questa idea luminosa, scrisse un gran numero di lettere promettendo qualche cosa di nuovo e di interessante su Venezia, inesauribile argomento di osservazioni e di studi, che gli venivano in mente, ispirati dall'amore che suo padre gli aveva comunicato per questa città singolare. Portò le sue lettere alla posta pieno di illusioni, ma il giorno seguente dopo maturo esame, perdette ogni speranza di buona riuscita, e perplesso fra questi due estremi aspettò il risultato della sua prova.
In quel tempo giunse alla villa Bonifazio l'annunzio del prossimo matrimonio del cugino Alessandro, che aveva lasciato il servizio nell'esercito per prender moglie, e invitava a nozze i cugini. [pg!175] «L'esempio della vostra vita tranquilla mi ha spinto a questo passo, egli scriveva, e l'esperienza del mondo mi ha persuaso che se vi sono dei giorni felici non si possono raggiungere che nella intimità della vita domestica, e nella pace della campagna. La casetta ereditata dallo zio mi facilita l'intento. La mia Enrichetta sarà come la Maddalena un'ottima moglie, e una brava padrona di casa. Venite dunque ad assistere al mio matrimonio, e la vostra cara presenza sarà il migliore augurio che io possa desiderare per l'avvenire.»
Papà Gervasio soffriva troppo degli intestini per fare quel viaggio, Maddalena, come al solito, non voleva lasciare un solo giorno la sua Maria; scrissero dunque a Silvio di partire per la Brianza per rappresentare la famiglia alle nozze del cugino. Ma Silvio, che non voleva allontanarsi da Matilde in carnovale, prese il pretesto di affari urgentissimi dell'avvocato che non gli permettevano di assentarsi, si scusò col padre e col cugino, e non si mosse da Venezia, aspettando ansiosamente le risposte dei giornali. I primi riscontri gli vennero dalle provincie. Lo ringraziavano della sua ottima idea, accettavano la sua corrispondenza con sommo piacere, dolenti soltanto di non poterlo ricompensare che con [pg!176] una copia del giornale, il quale viveva della carità di qualche benemerito del partito, che però non bastava a salvarlo dai debiti, da cui era minacciata continuamente la sua esistenza.
Un giornale di Parigi domandava un saggio degli scritti proposti, e se fosse riuscita la prova avrebbe accettato un articolo alla settimana, convenientemente retribuito.