Un giornale di Roma accettava la corrispondenza senza prove, e assicurava un assegno mensile. Dagli altri nessuna risposta; le domande di corrispondenza erano state gettate nel cesto.

Questo risultato gli parve inferiore alle prime speranze, ma di gran lunga migliore di quel fiasco completo, minacciatogli da troppa paura.

Si accinse al lavoro, e non gli mancarono gli argomenti. Cominciò a parlare di feste e di spettacoli, intrecciando le relazioni del presente colle memorie del passato. Cercò di scoprire antiche origini d'usi sociali, mise le fabbriche antiche a paragone delle moderne, la basilica di San Marco colla stazione della ferrovia, i marmi antichi col gesso dei nostri giorni, il Ponte di Rialto coi ponti di ferro, che cancellano i palazzi del Canal Grande, come si cancella un conto sbagliato sopra un registro. Osservò nei ritratti dei musei e nelle medaglie le fisonomie degli antichi veneziani, e [pg!177] andò a cercarne le traccie nel popolo, e a forza di studi comparativi giunse a stabilire un sistema inverso di quello di Darwin, per dimostrare la degenerazione della razza veneziana. L'epoca del carnovale si prestava allo scherzo, ed alla scoperta dei discendenti degli antichi. Annunziò che il proprietario d'un caffè della piazza portava tutti i lineamenti d'un doge, che il gobbo che lustrava le scarpe scendeva sicuramente da un inquisitore di Stato, dipinto da Paolo Veronese. Il mercante di caramelli doveva essere un nipote del Cardinal Bembo, una fioraia che correva pei caffè era l'esatta riproduzione della Zulietta dipinta da Rousseau «in vestito di confidenza.»

I famosi navigatori rispettati in tutti i mari del mondo erano tralignati nei gondolieri che non facevano che il giro dei canali, minacciandosi da lontano. I discendenti del maggior Consiglio andavano in maschera da pagliacci, un erede di Marco Polo era vestito da Pantalone, e un pronipote di Gasparo Gozzi indossava l'abito appezzato dell'Arlecchino, i Signori di notte suonavano nelle orchestre dei teatri, e i Savi erano diventati matti.

In ogni relazione introduceva degli aneddoti piccanti, e delle biografie piene di brio. Le sue [pg!178] corrispondenze facevano ridere, e questo fu un vero successo, per la stagione di carnevale. Quando venne la quaresima, volle che i suoi lettori facessero un poco di penitenza, e allora andò a spolverare gli antichi documenti degli archivi, e le pergamene tarlate, e si mise a parlare di storia. I suoi lettori si addormentavano col giornale in mano negli angoli dei caffè. Egli comprese subito che aveva trovato la chiave del vero corrispondente, e che disponeva a suo talento dell'animo dei lettori del giorno.

Venne pregato di mandare anche delle notizie politiche, e fu l'inventore d'un nuovo genere di corrispondenze che ottenne un vero successo nel giornalismo, e fu prontamente imitato da vari periodici. Ecco in che cosa consisteva la sua invenzione.

Egli raccoglieva le notizie di vari giornali francesi, sapeva ornarle d'una veste nuova, e le mandava a Roma, d'accordo col giornale, come corrispondenze di Parigi. E a Parigi mandava corrispondenze da Roma, eseguite sullo stesso stampo, coll'aggiunta di vari fatterelli curiosi raccolti da qualche deputato in vacanza, da persone che ritornavano da Roma, e da un signore che parlava ad alta voce in uno stanzino del caffè Florian, e che era sempre bene informato [pg!179] delle cose pubbliche, meglio del Questore e del Prefetto.

In breve tempo Silvio divenne un vero reporter di mestiere, curioso indagatore di novità, domandava conferenze e colloqui con personaggi illustri che giungevano a Venezia, commetteva le più audaci indiscrezioni, e le sue lettere acquistavano un credito, che gli veniva largamente retribuito. E così passò il primo anno di pratica, e l'inverno successivo, immerso nel lavoro, leggendo tutto, e studiandosi di perfezionare la forma letteraria per rendere più gradevoli i suoi scritti. Le ore della sera, prima del teatro, erano tutte dedicate alla famiglia dell'avvocato, a conversare con Metilde, ad ascoltare la musica delle sue parole, e del suo pianoforte, ad ammirare la sua grazia e la sua coltura. E non volle mai saperne di lasciare Venezia un solo giorno, giustificandosi colla famiglia col pretesto dei lavori legali che non gli lasciavano un'ora di libertà.

Papà Gervasio, non potendo ottenere che suo figlio andasse a passare qualche giorno in campagna, gli faceva delle sorprese, recandosi a Venezia, ma per poche ore, con un viglietto di andata e ritorno.

Arrivava colla prima corsa, entrava tutto ansante, [pg!180] carico di cestelle e di sporte, nella camera del figlio, che dormiva ancora.