Sono vecchio, sono vicino a lasciare il mondo, ho veduto delle cose tremende, ho assistito a degli avvenimenti meravigliosi, eppure non ho mai cambiato il criterio che mi sono formato alla prima lettura della storia:—l'uomo è un asino!...—Il vostro povero nonno andava in collera quando udiva questa verità, ma non ha mai saputo confutarla con validi argomenti. Vostro padre ha sempre riso della mia ostinazione, ma non ha mai osato discuterla sul serio; che cosa ne pensate voi, caro Silvio, che avete studiato tanto da diventare dottore, avvocato, e mi dicono anche giornalista, ditemi francamente che cosa pensate della mia teoria?
—Caro maestro, ho sempre udito dire che i vecchi la sanno più lunga dei giovani, quindi sono incompetente a pronunziare un giudizio sopra la vostra sentenza. Ho poi imparato nella mia pratica d'avvocato che tutto è possibile, anche l'impossibile; che nessuno a questo mondo può essere mai sicuro di avere completamente torto o ragione, in qualsiasi questione. L'ingegno può essere un'apparenza, la virtù un'opinione, l'utopia una futura realtà. L'ideale può essere una verità, il vero può essere un inganno; non c'è niente di [pg!196] positivo nè di sicuro nè di assoluto, e quindi anche la vostra teoria non può essere che relativa....
—Capisco, capisco, siete uno scettico, non credete nemmeno ad una delle verità più evidenti, come l'asinaggine umana!
—Non credo alla generalità della vostra teoria, ma non posso negare che credo all'asinaggine d'una grande maggioranza della razza umana....
—Ebbene, basta così, mi avete dato completamente ragione, senza accorgervene. Dopo immense tribolazioni, dopo le rivoluzioni e le guerre più sanguinose, abbiamo vinto, ci siamo liberati da tutte le oppressioni, e per conservare la libertà abbiamo adottato il sistema parlamentare, il governo della maggioranza!... cioè il dominio degli asini!!!...
Silvio diede una sghignazzata solenne, prodottagli dalla logica del maestro. Ma vedendo che era uscito dalla questione che lo interessava maggiormente, e che non avrebbe potuto saperne di più sul conto d'Andrea, prese congedo dal maestro, il quale restando sempre serio, lo accompagnò fino alla porta, gli strinse amichevolmente la mano, e si ritirò.
Il medico si mostrava soddisfatto dei miglioramenti progressivi della salute di papà Gervasio, [pg!197] la nonna e Maria se ne consolavano, il solo malato non era contento, e coi cenni del capo mostrava di non credere alle asserzioni del dottore. Pareva che non avesse più fede nella vita, l'avvenire lo preoccupava seriamente, faceva dei discorsi melanconici. Conversando con suo figlio si provò a persuaderlo delle magre risorse della professione di avvocato, specialmente per un giovane principiante, gli mostrò le amarezze e i pericoli del giornalismo, e contrapponeva a queste osservazioni le dolcezze della vita domestica, la quiete salutare dei campi, mostrando il più vivo desiderio che Silvio pensasse al sodo, prendesse moglie, venisse a stabilirsi in casa, gli procurasse questa consolazione prima di morire.
Silvio opponeva le stesse parole che aveva udite altre volte da suo padre:—Oramai la terra non dà che rendite meschine ed incerte, gli anni diventano sempre peggiori, scarseggiano i prodotti, si vendono a prezzi disfatti, e il ricavato non basta per vivere, dopo pagate le imposte sempre crescenti, e il numero infinito delle tasse. Bisogna dunque avere una professione che supplisca ai redditi deficienti; ed egli ne aveva due: l'avvocatura e il giornalismo.
—Tutto questo va benissimo, rispondeva papà Gervasio; ma se guadagni per due, tu spendi per [pg!198] quattro. Ho dovuto fare dei debiti per soddisfare ai tuoi bisogni, ho incontrato dei mutui, ho gravato le terre di ipoteche. Qui le spese sono piccole e si possono limitare alle rendite; col risparmio si riparano le perdite, con un lavoro razionale si migliorano le terre, si accrescono i prodotti, e vivendo con parsimonia e giudizio, si possono attendere gli anni migliori, che dovrebbero venire.
Silvio tentennava il capo, non pareva convinto delle parole paterne, nè desideroso di sacrificare la sua esistenza nella solitudine rurale, ma non voleva scoraggiare il povero malato togliendogli ogni speranza, distruggendo con una crudele negativa tutti quei bei sogni di tranquilla vita domestica. Prese tempo a riflettere, promise che ci avrebbe pensato seriamente, e con vera abnegazione.