Pasquale in cravatta bianca, rasato a fondo, col muso in aria, la schiena curva, le gambe un poco storte, serviva in tavola, come le scimmie dei saltimbanchi alla fiera. [pg!210]

L'aria mattinale ed il viaggio avevano messo gli ospiti in appetito, l'aspetto attraente dei piatti lo spronava. Mangiarono allegramente, prodigando gli elogi su tutte quelle ghiottonerie le più golose.

Peccato che le signore Emilia e Metilde guastassero il vino, mescendovi dell'acqua, e che l'avvocato bevesse pochissimo. Papà Gervasio non poteva consolarsi che non lo lasciassero riempiere i bicchieri a suo talento, e gli pareva che non sapessero apprezzare degnamente gli aromi deliziosi delle sue vecchie bottiglie.

Le due ragazze, sedute vicine, presentavano il più bel quadro che potesse desiderare un artista. Maria aveva una rosa fresca nei capelli morbidi e abbondanti, la semplice natura era bastata ad abbellire la sua testa giovanile, che rappresentava la salute e la freschezza dei campi, ravvivata dalla gaiezza degli occhi ridenti.

Portava al collo un fazzoletto di seta di vari colori vivaci, messo alla rinfusa per difendersi dalle brezze autunnali. Ma questa semplice precauzione era bastata a mascherare i difetti del vestito, che solevano dispiacere al cugino.

I capelli d'oro di Metilde un po' sviati dal viaggio e dall'aria, svolazzavano capricciosamente sulla fronte e sul viso candido della ragazza, con [pg!211] pittoresco disordine. La straordinaria levata mattiniera le aveva lasciati gli occhi un po' languidi, ciò che abbelliva la delicata espressione de' suoi lineamenti. Due grossi solitari di brillanti splendevano alle sue piccole orecchie come due stelle, e la somma semplicità del vestito accollato, che le disegnava il busto graziosamente digradante con curve eleganti fino ad una vita sottile di vespa, era rialzata da un'ampia cravatta bianca leggierissima di velo e pizzi, artisticamente annodata. Un mazzolino d'asclepie carnose introdotto in un occhiello dei bottoni, pallido come il suo volto, esalava un profumo penetrante.

Metilde e Maria si sorridevano come due amiche, ma poi voltata la testa, si rivolgevano certe occhiate clandestine colla coda dell'occhio, che tradivano una reciproca diffidenza, ed una ripulsione istintiva.

Silvio le divorava cogli occhi, contemplava attentamente le più minute agitazioni, i movimenti quasi impercettibili dei loro volti, la luce degli occhi, gli atteggiamenti di quelle rosee labbra che si studiavano di dissimulare il pensiero. Erano belle entrambe, d'una diversa bellezza, e dopo una lunga lotta di pensieri, e un grave imbarazzo nella scelta, egli volava col pensiero ai paesi della poligamia, che gli parevano più fortunati [pg!212] dei nostri, ove egli avrebbe sciolto agevolmente il quesito: Metilde o Maria? con queste sole parole: tutte due!...

E stava appunto mulinando in segreto tali pensieri colpevoli, quando, finita la colazione, tutti mostrarono il desiderio di muoversi, di passeggiare pel parco, di visitare la villa.

Uscirono dalla pergola, la nonna chiese il permesso di ritornare in casa per accudire alle faccende domestiche, papà Gervasio si mise in testa della comitiva per servire di guida, e cominciò subito le sue spiegazioni. Egli si mostrava entusiasta dei colori dell'autunno, e indicava le varie tinte delle foglie nelle grandi masse degli alberi di varie specie, e nelle macchie degli arbusti: