—Quale tavolozza!... egli esclamava, il nostro Tiziano, il grande colorista, non aveva tanti colori, nè un simile impasto! guardino quel rosso vivo delle foglie di cotogno della China, osservino il giallo d'ocra di quel platano, e il lionato oscuro del suo vicino. Quell'ipocastano ha una tinta tané come il guscio delle castagne, quella robinia è tutta d'oro! E quel verde cupo degli abeti come si stacca dal verde tenero degli strobus! Favoriscano un'occhiata a quella idrangea a foglie di quercia; mi dicano se quelli non sono i colori metallici dei bronzi antichi, e delle armature [pg!213] di ferro irrugginite?! Vogliono vedere uniti la porpora e l'oro?... contemplino quella ampelidea vergine che è salita sul liriodendron tulipifera!...

Mentre il vecchio coltivatore si animava nella descrizione delle tinte autunnali, ed era assorto nella declamazione di quelle bellezze pittoresche, l'avvocato guardava intorno sbadatamente, non vedeva nulla, e si andava concentrando coi suoi soliti pensieri del contenzioso giuridico. La signora Emilia osservava in aria canzonatoria le pieghe assurde del vestito di Maria, e ne dava d'occhio a Metilde, mentre essa accennava alla madre la calzatura della ragazza. Silvio soffriva del fiato perduto di suo padre, che si spolmonava invano spiegando davanti ad occhi profani il gran libro della natura.

Argo seguiva fedelmente la sua amica, e per starle più presso si fregava agli abiti di Metilde, che pareva poco contenta della compagnia di quel cane. Giunti al vigneto si ridestò l'attenzione di tutti, e approfittando del cortese invito del padrone di casa, ciascuno si mise a beccare i bei grappoli d'uva bianca e purpurea che brillavano al sole. Così fu fatto anche davanti al frutteto, ma la signora Emilia non volle che sua figlia mangiasse altre frutta, papà Gervasio [pg!214] le incoraggiò a farne almeno una bella scelta fra le migliori, per portarle a Venezia. Poi visitarono l'orto, fornito d'ogni varietà d'erbaggi, entrarono nelle serre, ammirarono le aiuole all'aria aperta, e ne raccolsero tanti fiori che le due ragazze ne erano cariche, e dovettero depositarli nel chiosco del giardino. Poi saliti sopra una torricella che si chiamava il belvedere, papà Gervasio fece vedere il panorama delle Alpi lontane, i verdi colli sottoposti, il bosco Montello, e tutti i paeselli bianchi disseminati nella vasta pianura. Additò anche i suoi poderi in blocco, colle relative case coloniche sparse per la campagna intorno alla villa, le praterie ove pascolavano i suoi armenti, e i campi coltivati a lunghi filari di gelsi e di viti.

Frattanto erano giunti due altri invitati a pranzo che passeggiavano sulla spianata davanti la casa. Quando la comitiva si avanzò, Silvio fece le presentazioni.

—Il maestro Zecchini, Andrea Pigna.

Il giovane che non era avvezzo alle cerimonie cercava di nascondersi dietro il maestro, il quale si avanzava con rispettose riverenze alle signore, col cappello basso nella destra, e la sinistra appoggiata al bastone, che lo aiutava a camminare.

Papà Gervasio gli strinse la mano, dicendo all'avvocato; [pg!215]

—È un vecchio amico di casa, che si ricorda ancora di Napoleone I; amico fedele di mio padre, maestro di parecchie generazioni, pensionato dal Comune.

—Senza mio merito, rispose modestamente il maestro.

Papà Gervasio volle condurre i suoi ospiti a visitare anche le stalle.