[XIV.]

In quei giorni papà Gervasio fu invitato a recarsi a Venezia per la firma del contratto di matrimonio di Silvio, e partì subito insieme al maestro Zecchini, che ambì l'onore di servire da testimonio, e furono accolti con ogni cortesia dalla famiglia Ruggeri.

L'avvocato annunziò la determinazione che aveva presa di conservare Silvio nel suo studio, come socio cointeressato in qualche parte degli affari. E questa era una rendita assicurata che rappresentava la dote. Alla morte dei genitori, Metilde figlia unica, restava la sola erede di tutta la loro sostanza. Per ora non potevano dare di più, per non privarsi delle loro abitudini; avevano però provveduto un ricco corredo che avrebbe reso inutile ogni altra spesa per molti anni. In corrispondenza di questi vantaggi, il futuro sposo prometteva un congruo assegnamento alla moglie, [pg!247] in caso di bisogno. Papà Gervasio e il maestro Zecchini restarono con un palmo di naso. Questo contratto era un vero disinganno, perchè in effetto la sposa non portava in dote che un corredo, il quale costituisce una pretesa proporzionale alla sua importanza. L'utile dello studio, limitato ad alcuni affari soltanto, non rappresentava altro che la giusta retribuzione al lavoro del marito. In quanto alla futura eredità essa poteva avverarsi a benefizio dei discendenti, in un tempo assai remoto, ed anche ridursi a nulla.

Ma la domanda era stata fatta senza condizioni, tutte le apparenze lasciavano supporre una bella dote; si erano ingannati, ma la delicatezza e la dignità non permettevano osservazioni, e il contratto fu firmato in silenzio, dagli sposi, dai genitori e dai testimoni con tutta la solennità d'un atto gravissimo che decide la sorte d'una famiglia.

I Bonifazio e Zecchini, dopo i convenevoli complimenti fra gli sposi e i congiunti, uscirono dallo studio in mezzo alle profonde riverenze dei commessi e degli scritturali che spalancavano le porte, e si allontanarono gravemente dalla casa, camminando silenziosi e pieni di dignità, perchè si sentivano osservati; ma appena svoltato l'angolo della strada e fatti pochi passi in sito sicuro, si fermarono tutti tre nello stesso momento, [pg!248] guardarono d'intorno se nessuno li ascoltava, e fissandosi in volto cogli occhi spalancati, ciascheduno espresse in poche parole le sue impressioni:

—Rimango trasecolato! esclamò papà Gervasio.

—Quale insigne asinità! disse Zecchini.

—È stata una solenne corbellatura! conchiuse Silvio.

Il maestro pareva esitante fra l'afflizione di vedere gli amici delusi, e la soddisfazione per il nuovo trionfo della sua teoria. Il padre accusava il figlio di soverchia leggerezza, e il figlio tentava di giustificarsi col lusso della famiglia Ruggeri.

—Il lusso non è sempre prova di ricchezza, gli rispondeva il padre, può essere anche effetto di ambizione, di disordine, di sregolatezza.