—Fumo negli occhi, soggiungeva il maestro, per abbagliare i babbei.

Alle sei in punto, ci fu gran pranzo di famiglia in casa Ruggeri, ed alla sera un pomposo ricevimento per festeggiare i promessi sposi.

Poteva dirsi una vera festa mascherata, perchè ciascuno s'era formato una fisonomia apposta per dissimulare i propri pensieri. L'avvocato affettava la più ingenua bonarietà, la signora Emilia rappresentava perfettamente la tenerezza materna in lotta fra la consolazione per il collocamento [pg!249] della figlia, e il dolore di perderla. Papà Gervasio simulava il volto dell'uomo completamente soddisfatto, sorridente, contento della sua sorte; il maestro Zecchini li guardava tutti sott'occhio, e sentiva in fondo della coscienza di essere il più grand'uomo di quella società, il più profondo, il più giusto, il più sincero di tutti.

Silvio fissava gli occhi negli occhi di Metilde, la vedeva bella come un angelo, e pensava che se la dote era svanita come il fumo, gli restava l'arrosto.

Ci furono brindisi agli sposi e ai parenti, e allegria costante, che proprio non pareva un banchetto di corbellatori corbellati. Eppure era così; la sposa creduta ricca era senza dote; lo sposo creduto un gran signore, aveva una piccola sostanza coperta di debiti.

In quello stesso giorno venne fissata l'epoca precisa del matrimonio, e al mattino seguente papà Gervasio e il maestro Zecchini ritornavano a casa a comunicare alla signora Maddalena le varie impressioni ricevute nella famiglia Ruggeri, prendendo poi il savio partito di dissimulare con dignità l'amara sorpresa, e di rassegnarsi al destino.

I due matrimoni vennero celebrati al tempo stabilito. Prima quello di Maria con Andrea, che [pg!250] partirono subito per la Brianza; e pochi giorni dopo quello di Metilde con Silvio, che si recarono in Isvizzera a fare il loro viaggio di nozze.

Dopo d'aver vagato per monti e per valli, ritornarono contenti del loro pellegrinaggio, e come avevano promesso si ritirarono alla villa Bonifazio, per vivere qualche giorno tranquilli in famiglia, prima di stabilirsi a Venezia.

Papà Gervasio e la nonna ebbero le più delicate attenzioni per la sposa, Silvio la faceva passeggiare pel parco, e la conduceva a visitare le case coloniche e i campi. Egli si fermava davanti gli spazii aperti del giardino, le mostrava le Alpi lontane, il bosco Montello, e quella linea oscura sul monte di Serravalle con alcune macchie d'intorno che indicano la foresta del Cansiglio. Essa guardava sbadatamente come suo padre, e tirava avanti. La nonna la consigliava a uscire di buon mattino per respirare l'aria salubre del Piave; ma essa non voleva bagnarsi gli stivalini alla guazza; le dispiacevano le stradicciuole rurali perchè i sassi le ammaccavano i piedi, e nelle strade più battute c'era troppa polvere e si sporcava l'abito. Detestava l'odore delle stalle, e il fumo delle cucine dei contadini. Era dunque un po' difficile di passare le giornate, che le riuscivano lunghe. Leggeva qualche pagina sbadigliando, [pg!251] si doleva di non avere il pianoforte, e trovava la campagna monotona. Quando passeggiava sotto il portico delle adiacenze, Falcone nitriva invano per chiederle il pane che Maria gli portava sempre, e che gli mancava. Non voleva essere seguita da Argo, perchè quel grosso cagnaccio le faceva paura, e la povera bestia andava in giro colle orecchie penzoloni e la coda bassa, cercando invano la sua amica lontana; mangiava poco, con segni evidenti di profonda malinconia, non andava a coricarsi che sul tappeto davanti al tavolino di lavoro, dove Maria appoggiava i piedi, e guardava attorno cogli occhi tristi, interrogando alla sua maniera la gente di casa.

Anche i colombi svolazzavano inquieti per la corte, cercando colei che mancava. Il solo Mumut continuava impassibile nelle sue abitudini, andava alla caccia dei sorci nel fienile e sui tetti, aspettava immobile, delle ore intiere, davanti il monticello d'una talpa, per spiare un movimento della terra e dare l'assalto alla tana; alla sera si arrampicava sugli alberi per abbrancare qualche povero uccelletto che andava a dormire, e all'ora della colazione e del pranzo non mancava mai dal balcone della cucina dove la nonna gli portava i residui della mensa. [pg!252]