Silvio cercava invano di distrarre la sua sposa, conducendola in carrozza sulle rive del Sile o della Piave; essa preferiva recarsi a Treviso per mettere in mostra i cappellini e i vestiti, e fare invidia alle provinciali colla sua eleganza. Nei giorni piovosi trovava la campagna insopportabile, e non poteva comprendere come si potesse restarvi l'inverno senza morire di noia. Il tedio della solitudine la rendeva acre e mordace; si burlava collo sposo della dabbenaggine dei contadini, della goffaggine degli amici di casa, canzonava la semplicità dei Pigna, e non poteva soffrire le sentenze del maestro Zecchini.
Silvio procurava di abbonirla, la pregava di non farsi sentire da suo padre e dalla nonna, lasciando che quei poveri vecchi conservassero le loro illusioni: la avvertiva che Pasquale aveva il difetto di ascoltare dietro gli usci, e la supplicava d'esser prudente.
Essa non si consolava della solitudine della campagna che parlando di Venezia, e pensando ai piaceri che la aspettavano, ed alla libertà che avrebbe goduta nella sua nuova condizione di donna maritata.
La nonna osservava, indovinava, taceva, e cercava di dissimulare la tristezza che provava per la lontananza di Maria, la quale aveva lasciato [pg!253] in casa un gran vuoto, che non trovava compensi cogli altri sposi.
Le lettere di Brianza erano le sole consolazioni che la facessero pazientare. Maria si trovava benissimo coi cugini; Alessandro conduceva Andrea alla caccia, l'Enrichetta si accordava perfettamente coi gusti di Maria. Fecero delle gite a Milano e sul Lago di Como, e passavano in casa dei giorni lieti, apparecchiando dei buoni piatti ai cacciatori che ritornavano stanchi ed affamati. Qualche volta andavano tutti insieme a fare delle escursioni mattutine sui colli, apportando delle provvigioni per far colazione sull'erba, in qualche sito pittoresco, ove meriggiavano in pace sotto gli alberi.
Enrichetta aveva una bella collezione di conigli, tenuti in gabbie di ferro, coi migliori sistemi d'allevamento. Maria se ne invaghì, gliene promisero parecchie coppie a sua scelta, le insegnarono le cure necessarie alla buona riuscita. Essa andava spesso a visitarli, carica d'erbe, di foglie di cavolo e di carote; adorava i piccini, non poteva risolversi a quali dovesse dare la preferenza. Il più bello di tutti le pareva il coniglio d'Angora, pel candore del lungo pelo, simile a quello dei cagnolini maltesi, cogli occhi rossi come bragie, affabilissimo, affettuoso coi [pg!254] figli, che appena nati parevano tante pallottole di penne di cigno. Il cenerino di Fiandra, con quel pelo petit gris era una meraviglia, pareva un bel manicotto da signora; ma anche l'argentino era stupendo, un pelo nero di lavagna colla punta bianca! e quello di Normandia? e l'enorme Ariete con quelle orecchione lunghe? veri portenti!...
—Te ne daremo quanti ne vuoi, le dicevano i buoni cugini, e colle relative cassette pel trasporto in ferrovia, e oltre il piacere che avrai, sarai anche benemerita della classe rurale, introducendo nel tuo villaggio l'allevamento di questi animali che sono un cibo eccellente, e danno una buona rendita per la vendita delle pelli.
Maria batteva le mani come una bambina, gettava uno sguardo interrogativo su Andrea, temendo che facesse opposizione, o trovasse qualche ostacolo; ma egli che l'adorava non aveva altro intento che quello di contentarla in tutto, e vederla felice, e avrebbe portato i conigli sulle spalle per farle piacere. Egli era beato, mangiava per quattro, e il capitano gli riempiva continuamente il bicchiere d'un certo vinetto frizzante di Montevecchia che sdrucciolava giù per la gola con una facilità sorprendente. [pg!255]
Al dopo pranzo le donne lavoravano all'uncinetto, Andrea si gettava in una poltrona, e si addormentava immediatamente d'un sonno profondo. Quando russava troppo forte, Maria lo urtava col piede, ma invano allora si alzava per far rumore, gli dava delle scosse, e accusava il cugino di farlo bere un po' troppo. Alessandro la pregava che lo lasciasse dormire in santa pace, e si metteva a fumare, raccontando alle due donne certi aneddoti del bisnonno di Maria che la interessavano assai e provavano la ferrea tempra del colonnello.
Quell'uomo coraggioso sapeva dirigere con suprema destrezza le più pericolose macchinazioni dei Carbonari; la polizia sentiva una mano potente che la stringeva da ogni parte, ma non poteva afferrarla. Seduto nella vecchia poltrona di cordovano, colla sua pipa di schiuma in bocca, in veste da camera e in pantofole, egli studiava il modo di far traballare il trono dell'imperatore, e ci riusciva, senza perdere la testa nè la libertà. Era audace, ma scaltro; la polizia, e le commissioni speciali si dibattevano nelle reti che egli aveva tese, facevano qualche vittima che non sapeva schivarsi, ma il caporione sfuggiva sempre ai loro conati, ed alla loro rabbia che si sfogava colle barbare condanne degli innocenti. [pg!256]