Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo Brignole, doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima perchè pretendeva parole d'amore di patria.

Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,» gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.

La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazia. La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde, e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii. Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le musiche e i discorsi andavano al colmo.

Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni 22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.

Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varie parti della dizione genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi, li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società genovese, lodati e ringraziati i deputati.

Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione, chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo, modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo genovese.

Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto. Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache; ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità: i nemici dello Stato crescevano.

Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile; ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali, vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.

Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.

In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4 settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse ma con animi concordi, fatta una gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi e non senza preda.