Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati, se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.

La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e consenziente.

Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse il decreto, pel quale aveva ordinato che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano.

In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se ne faceva padrone.

Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.

Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia l'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.

Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.

A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.

Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro; errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualche avventuriere, o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati; doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di alleanza.

Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato concluso il dì 5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia, partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le condizioni del re di Sardegna.