Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi. Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.
Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando. Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.
Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo. Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in mortali uomini. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie: tanto amore lasciava nell'estremo supplizio.
I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria. Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba.
Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura a quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,» ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,» ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.
In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re, con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnie regie ed in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.
Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.
Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo comune.
Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star contenti.
Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il generalissimo scriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re, desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co' suoi scritti.